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BOLLETTIlsrO

DELLA

SOCIETÀ DI NATURALISTI

SERIE I. VOL. I.

Anno L Fasc. L 7887

Serie I. Voi. I. 1887 Anno I. Fase. 1.

DELLA SOCIETÀ DI NATURALISTI IN NAPOLI

Assemblea generale del 2 gennaio 1887. Presidenza del Signor G. Jatta

Socii presenti: Gius. Jatta,, M. Geremicca, S. Miele, C. Praus, Ant. G. Gabella, Fr. Sav. Monticelli, E. de Montemayor, U. Milone, 0. Forte, L. Savastano.

Il Segretario legge il verbale precedente che viene approvato; e presenta i giornali pervenuti in cambio ed i libri in dono. La Società approva lo Statuto

Il Segretario: Ugo Milone

Tornata del 9 gennaio 1887. Presidenza del Signor G. Jatta.

Socii presenti: G. Jatta, M. Geremicca, U. Milone, Fr. Sav. Monti- celli , 0, Forte , E. de Montemayor , C. Praus , L. Savastano, P. Bucci, S. Miele , Ant. G. Gabella.

Il Segretario legge il verbale precedente che viene appi-ovato; e presenta i giornali pervenuti in cambio ed i libri in dono.

La Società approva quella parte del regolamento riguardante le tornate, la contribuzione dei socii ed il Bollettino.

Il Segretario: Ugo Milone

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Serie I. Voi. I.

1887

Anno I. Fase. 1.

BOLLETTII^rO

DELLA SOCIETÀ DI NATURALISTI IN NAPOLI

Assemblea generale del 2 gennaio 1887. Presidenza del Signor G. Jatta

Socii presenti: Gius. Jatta, M. Geremicca, S. Miele, C. Praus, Ant, G. Gabella, Fr. Sav. Monticelli, E. de Montemayor, U. Milone, 0, Forte, L. Savastano.

Il Segretario legge il verbale precedente che viene approvato; e presenta i giornali pervenuti in cambio ed i libri in dono. La Società approva lo Statuto

Il Segretario: Ugo Milone

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Tornata del 9 gennaio 1887.

F residenza del Signor G. Jatta.

Socii presenti: G. Jatta, M. Geremicca, U. Milone, Fr. Sav. Monti- celli , O, Forte , E. de Montemayor , C. Praus , L. Savastano, P. Bucci, S. Miele , Ant. G. Gabella.

Il Segretario legge il verbale precedente che viene approvato; e presenta i giornali pervenuti in cambio ed i libri in dono.

La Società approva quella parte del regolamento riguardante le toi-nate, la contribuzione dei socii ed il Bollettino.

Il Segretario: Ugo Milone

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Tornata del 30 gennaio 188 7. Presidenza del Signor G- Jatta.

Socii presenti: CI, Jatta, A. G. Gabella, Fed. Raffaele, Yr. Sav. Monticelli, U. Milone, 0. Forte, L. Savastano, E. de Montematob.

li Segretario legge il verbale precedente che" viene approvato; e presenta i giornali pervenuti in cambio ed i libri in dono.

La Società approva quella parte del Regolamento riguardante le pubbliche conferenze.

n Secjretario: Ugo Milone

Tornata del 13 febbraio 1887. Presidenza del Signor G. Jatta.

Socii presenti : G. Jatta, G. Mottareale , M. Geremicca , Fr. Sav. Monticelli, S. Pansini, L. Savastano, 0. Forte, E. de Montemayor, Fed. Raffaele, Ant. G. Gabella, U. Milone.

Il Segretario legge il verbale precedente che viene approvato; e presenta i giornali pervenuti in cambio ed i libri in dono.

Il socio Pansini legge una sua comunicazione su la genesi delle fibre elastiche e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino.

Il socio Savastano legge una nota riassuntiva su la tubercolosi dell' olivo e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino.

La Società prende ateo della domanda del socio Francesco Con- tarino che chiede di passare nella categoria dei socii ordinari! non residenti; nomina Socio Ordinario Residente il signor Alfonso Tursini.

Il Segretario: Ugo Milone

Tornata del 27 febbraio 1887. Presidenza del Signor G. Jatta.

Socii presenti: G. Jatta, M. Gerem!cca, S. Pansim, 0. Forte, Ant. G. Gabella , Fr. Sav, Monticelli , Fed. Raffaele , U. Milone, Seb. Miele.

Il Segretario legge il verbale precedente che viene approvato; e presenta i giornali pervenuti in cambio ed i libri in dono.

II socio Monticelli legge un suo lavoro dal titolo: yote intorno ad alcione specie di Acantocefali , e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino.

Il socio Savastano legge una 2." nita riassuntiva sulle malattie dell'olivo dal titolo: Iperjylasie e tainori, e lìe chiede la pubblicazione nel Bollettino.

La Società prende atto delle domande dei socii E. Casoria, A. Jatta e C. Grimaldi che chiedono di passare nella categoria dei soci ordinarli non residenti, e delle domande dei socii S. Lo Bianco e V. Salvati che chiedono di passare nella categoria dei socii ordinarii residenti.

La Società nomina socii ordinarii residenti i sigg. Pasquale Franco, Francesco Saufelice, Gaetano Angiolella, Carmine Cianci, Raf- faele Amodio, Domenico Damascelli.

La Società prende atto della nomina a socii aderenti conferita dal Consiglio Direttivo ai signori Guatavo Dominelli , Tommaso De Rosa e Carlo Forte.

Il Segretario: Ugo Miloxe

Tornata del 13 marzo 1887.

Presidenza del Signor G. Jatta.

Socii presenti: G. Jatta, S. Paesini, C. Cianci, G. Angiolella, S. Miele, S. Lo Bianco, L. Savastano, Ant. G. Gabella, F. Sanfe- i ICE, 0. Forte, Fé. Sav. Monticelli, Fed. Raffaele, U. Milone, j\r. Geremicca.

Il Segretario legge il verbale precedente che viene approvato; e presenta i giornali pervenuti in cambio ed i libri in dono.

Il socio Jatta legge una comunicazione dal titolo: Sopra il così detto ganglio olfattivo dei cefalopodi, e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino.

La Società nomina socii ordinarii residenti i signori Alfonso Pa- lanza, Domenico Scarpa, Francesco De Simone, Angelo Pavone, Ste- fano Tinozzi, Francesco Zagari.

La Società nomina socii ordinarii non residenti i signori Davide Carazzi, Pietro De Vescovi, Giuseppe Rovelli.

La Società prende atto delle domande dei socii F. Ettorre, A.

Fonseca e T. Curatolo che chiedono di passare nella categoria dei

socii ordinarii non residenti.

Il Segretario: Ugo Milone

G

Tornata del 27 marzo 1887. Presidenza del Signor 6. Jatta.

Socii presenti: G. Jatta, G. Mottareale, S. Pansini, Fk. Sav. Mon- ticelli, M. Geremicca , L. Savastano, F. Sanfelice, Ant. G. Ga- bella , D. Damascelli, a. Tursini, Fed. Raffaele, 0. Forte, U. MiLONE, C. Cianci, G. Angiolella, A. Palanza.

Il Segretario legge il processo verbale precedente che viene ap- provato; e presenta i giornali pervenuti in cambio ed i libri in dono.

Il socio Sanfelice legge una comunicazione dal titolo: Sopra le cellule germinali del testicolo , e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino.

Il socio Monticelli legge una comunicazione del socio non resi- dente Davide Carazzi dal titolo : Apiìunti ornitologici , ed , a nome dell'autore ne chiede la 23ubblicazione nel Bollettino.

Il socio Savastano legge due note del socio non residente E. Casoria dal titolo: 1.^ Sopra due varietà di calcari magnesiferi del M. Somma. 2.^ Sulla composizione chimica e sulla mineralizzazione delle acque vesuviane, „e ne chiede, a nome dell'autore, la pubblicazione nel Bollettino.

Il socio Raffaele legge una nota jjreliminare dal titolo: Uova e larve dei teleostei, e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino.

La Società nomina socii ordinarli residenti i signori Giuseppe Colucci ed A. di "Vestea, socio ordinario non residente il signor Ce- sare Crety; in ultimo prende atto della nomina a socio aderente con- ferita dal Consiglio Direttivo al signor Antonio Amodio.

Il Segretario: Ugo Milone

^gTò^

Sulla genesi delle fibre elastiche. Comunicazione riassuntiva del socio ordinario residente Skrgio Paxsi.m.

(Tornata del 13 Febbraio 1887) I.

È sempre aperta nella scienza la questione dell'origine delle fibre elastiche. Le varie opinioni sostenute sul proposito possono ridursi a due : la prima secondo la quale le fibre elastiche sono un risultato della trasformazione diretta degli elementi cellulari: l'altra, secondo cui !e medesime si originano nel seno della sostanza intercellulare e sono il prodotto di speciale trasformazione chimica di questa.

Henle e Gerber distinsero fibre elastiche da nucleo e fibre ela- stiche propriamente dette, e ritennero che le prime provenissero dal nucleo delle cellule connettivali senza partecipazione del protopla- sma. Donders e Virchow ammisero che tutte le fibre elastiche si pro- ducessero dall'allungamento delle cellule connettivali, a spese sopra tutto del protoplasma, ma con partecipazione della membrana: analo- gamente pensarono Schultze, Boll e Robin.

H. Miiller poggiandosi sulle osservazioni fatte su quel tratto della cartilagine aritenoide dell'uomo e del cane che è di transizione tra la parte di forma ialina e V altra di forma reticolata della medesima cartilagine, sostenne che le fibre elasticlie provenissero dalla forma- zione, nella sostanza intercellulare, di granuli che seriandosi e fon- dendosi insieme costituiscono poi le fibre elastiche. Il Kòlliker segua- ce dell' opinione di Yirchovv^, abbracciò poi la dottrina di Miiller, che è stata seguita dal Frey, dal Leydig, dal Kolmann, e dal Ranvier, il quale ultimo ha ripetuto le osservazioni di Miiller ed estesele alla epiglottide del cane e alla guaina lamellare del porinevro dei nervi.

II.

Non è più ammessibile la distinzione che delle fibre elastiche si fa ancora nelle scuole, in quelle da nucleo e in quelle elastiche prò-

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priamente dette. Dimostrerò che tutte provenfjono da cellule: inoltre esistono tutte le gradazioni tra le fibre elastiche finissime dette da nucleo p. es. quelle del peritoneo e dell'altre sierose, e le grandi fibre elastiche p. es. del iigamento nucale dei mammiferi: le più grosse fibre elastiche (le sunnominate del Iigamento nucale dei grossi mammiferi, quelle dei ligamenti gialli della colonna vertebrale dell'uomo) osser- vate nell'embrione ad età quando è già iniziata la formazione delle fibre elastiche non si difierenziano per nulla dalle così dette fibre da nucleo: in taluni organi p. es. nella dura madre si osservano in co- municazione tra loro e formanti reti le cosi dette fibre da nucleo e le fibre elastiche più grandi. Distinguiamo dunque con KòUiker fibre elastiche piccole e fibre elastiche grandi , e studiamone il processo di genesi nelle varie forme del connettivo :

Un pezzo di grosso nervo, p. es. Sciatico di uomo, bue, cavallo, indurato nel liquido di Miiller, spogliato nell'acqua e nell'alcool or- dinario dell'eccesso del liquido fissatore, mercè della dissociazione si spogli dell'epinevro esterno, e si divida nei suoi fascetti: ciò fatto, dal perinevro di ogni fascette colla punta di una lama di bistorino si ca- vino fuori le fibre nervose dentro contenute; ottenuto un numero suf- ficiente di pezzi di perinevro, si colorino in una soluzione Bohmer di ematossilina o in una soluzione leggermente alcoolica di anilina bleu all' 1 0[0: i pezzi all' ematossilina si scolorino leggermente in glicerina, quelli all'anilina bleu in alcool, tutti si tengano por mez- z'ora in soluzione all'I 0[0 di acido acetico; ogni pezzetto di perinevro si dispiega su d'un vetrino port'oggetti, e si chiude in glicerina. Ad un ingrandimento di 400 diametri si vede un campo di fasci di finis- sime fibrille connettivali paralleli, taluni longitudinali altri trasver- sali e colorati in violetto pallido; tra questi trovansi delle altre fibrille bizzarramente ondulose , più fortemente colorate , munite di doppio contorno, fortemente rifrangenti la luce e sono inoltre copiosamente disseminati degli elementi cellulari distinguibili pel loro colorito bleu scuro e per la loro forma svariata e singolare. Pochissimi di essi hanno forma rotonda od os^^idale , i più sono fortemente allungati, alquanto ingrossati al centro, finamente assottigliati agli estremi, ta- luni somiglianti a dei serpentelli, altri della forma di una S italiana, altri di un e, altri di un 3 in cifra; in breve tutti hanno" un diametro longitudinale molte volte maggiore del trasversale, e sono sul loro asse maggiore variamente contorti.

I meno slungati hanno un nucleo grande, fusiforme con all'in- torno una non ristretta falda di protoplasma, il quale verso uno dei due poli 0 verso entrambi si affila da formare uno o due prolunga- menti: costituitosi l'unico o il doppio prolungamento, il nucleo si slunga

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sempre più mentre si diminuisce la quauti-tà di protoplasma che la involg-e, finché di protoplasma non resta attorno al nucleo che un sottilissimo orletto visibile ad ingrandimento di oltre 500 diametri. Il fatto della sempre crescente riduzione della quantità del protoplasma, che va di pari passo col maggiore sviluppo dei prolungamenti e col- l'ingrandimento del nucleo fa pensare che una porzione di esso va adibita alla formazione dell'intero o doppio prolungamento fibrillare, e l'altra probabilmente presta al nucleo il materiale del suo sviluppo.

Questo processo di graduale riduzione del protoplasma e pro- gressivo ingrandimento del nucleo si osserva benissimo coi preparati all'ematossilina; il successivo trasformarsi di questi elementi in fibre elastiche si osserva meglio sui preparati all' anilina bleu. Come più si assottiglia il protoplasma, si allunga il nucleo e i prolungamenti si allungano e si affinano (e si contorcono pure); e perdendo il loro aspetto granuloso ed acquistando quello delle fibre elastiche, prendono aspetto omogeneo, ed aumentano il loro indice di rifrazione. Quando il processo di trasformazione è più avanzato, il nucleo si fonde coi prolungamenti protoplasmatici, e si assottiglia sempre più di unita a questi, finché alla perfine si vede già una fibra con un rigonfiamento lungo il suo tratto centrale. Anche su fibre elastiche belle e svilup- pate si notano talvolta tratti alquanti rigonfii e con l'interno alquanto granulare, e tali rigonfiamenti rappresentano le tracce del nucleo dell'elemento generatore della fibra elastica. Questi elementi in via di trasformazione in fibre elastiche fondendosi tra i loro prolungamenti e le fibre elastiche belle e sviluppate formano le reti di fibre ela- stiche.

Osservazioni somiglianti si ponno fare sui connettivi lassi d'altri organi p. es. sul connettivo sottocutaneo e sul connettivo sotto mu- coso dell'intestino; però il processo di trasformazione degli elementi in fibre elastiche non è così attivo così spiccato come nel perine- vro: del pari sul mesentere, ove é facile incontrare lungo il decorso delle fibre elastiche o sui punti nodali della rete che esse formano, dei rigonfiamenti granulari, che rappresentano le ultime tracce degli elementi da cui provennero esse fibi-e.

III.

Tra i tessuti connettivi di forma rigida si presta bene al genere delle nostre osservazioni la dura madre , e su d'essa si ponno fare osservazioni analoghe alle già dette pel tessuto sottocutaneo.

Una dimostrazione brillante dell' oi'igine delle fibre elastiche da cellule, si può avere daU'osservazioui del [muto più centrale de! centro

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tendineo del Diaframma :. trattato questo come si usa per la ricerca delle terminazioni nervose (acido formico o arseuicico, indi cloruro d'oro indi acido formico o arsenicico) si dissocia, e si chiuda in glice- rina, e si osservi a 500 diametri: si vedrà una fitta rete di fibre ela- stiche, e sui nodi della rete e sul decorso delle fibre esistono delle vere cellule con nucleo poco distinguibile con i prolungamenti pro- toplasmatici in diretta comunicazione con le fibre elastiche.

Sui tendini di feto di bove e dei mesi induriti all'acido picrico, colorati al pricrocarminato , trattati alla soluzione di acido acetico, osservati a 700. D. non si dimostrano ancora fibre elastiche belle e sviluppate, ma si dimostrano elementi, che sono gli stessi elementi cellulari del tendine in trasformazione in fibre elastiche cosi come abbiamo descritto nel perinevro.

IV.

Il ligamento cervicale dei grossi mammiferi ci istruisce e sulla struttura degli organi elastici, e sulla costituzione dello elemento ela- stico e sulla genesi di esso.

Ottenendo tagli longitudinali e trasversali di ligamento cervicale di cavallo indurito all'acido picrico, coloriti al picrocarrainato e chiusi in balsamo, dalla loro osservazione si rileva come detto liga- mento è costituito di connettivo periferico che manda verso l'interno delle grosse gittate, che vanno a riunirsi con altre gittate che si espan- dono dal connettivo perivasale dei vasi: queste gittate mandano altre secondarie , e queste alla loro volta altre terziarie e cosi via via, sicché dividono il ligamento elastico in fasci primarii, secondarli, ter- ziari etc.

Tutte queste gittate finiscono col formare una sottilissima trama connettivale in mezzo alla quale sono situate le fibre elastiche for- manti una fittissima rete a maglie decorrenti in senso longitudinale della lunghezza media di circa 70 o 80 f^i. e larghezza di 4-6 ^i ; la trama connettivale si addentra tra le fibre elastiche si da venire a co- stituire attorno a ciascuna di esse come una guaina di connettivo e si può dire che forse non vi è fibra elastica che non no sia rivestita; sulla stessa trama connettivale esistono elementi cellulari (negati nel- l'adulto ed ammessi soltanto neH'embrionej molto somiglianti ai cor- puscoli tendinei provvisti di nucleo allungato e di protoplasma accumu- lato sopratuito verso i poli del nucleo.

I ligamenti cervicali degli altri mammiferi, iligaraonti gialli ver- tebrali dell'uomo hanno presso a poco la stessa composizione di quella del licamento nucale del cavallo: le differenze ri-iuardano l'abbon-

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danza e la disposizione della trama connettivale, il numero delle cel- lule, la grossezza delle fibre elastiche. Non riesce nello adulto col metodo di dissociazione col metodo dei tagli trovare bene chiari i rapporti tra le fibre elasticli(3 e gli elementi cellulari.

Invece si può su queste grandi fibre elastiche risolvere la que- stione se le fibre elastiche sono piene o cave. Sui tagli trasversi di ligamento cervicale, colorito al picrocarminato, le sezioni di fibre ela- stiche che dall'azione dell'acido picrico sono colorate in giallo osser- vate ad ingrandimento di 700 D. non mostrano cavità interna, ma un contorno tinto ingiallo più scuro ed una parte centrale o midollare in giallo più pallido. Un pezzo dello stesso ligamento nucale indurito e co- lorato coU'acido picrico, poi trattato alla potassa al .30 0[0 per circa mezz'ora, tagliato trasversalmente od osservato ad oltre .500 D. mostra a nudo spoglie della trama connettivale e degli elementi cellulari, le sezioni trasverse delle fibre elastiche nelle quali non é possibile vedere cavità interna , ma riscontrasi solamente differenza nella intensità di colorito tra la parte esterna periferica e la più interna o centrale. Se poi il ligamento nucale fu trattato coU'acido osmico, l'osservazione ad ingrandimento di D. 800 di sezioni trasverse di esso mostra che le fibre elastiche hanno una zona periferica colorata in bruno, una cen- trale scuretta e finamente granulosa, un'altra intermedia tra la prima e la seconda meno chiara della seconda ma pure scuretta. Le fibre elastiche, sono dunque piene ma non hanno in tutta la loro spessezza la stessa densità.

Lo sviluppo delle fibre elastiche si studia bene nel ligamento cer- vicale dell'embrione. Nel ligamento cervicale d'embrione di bove a tre mesi osservato a forte ingrandimento si trovano cellule con nucleo ro- tondo 0 ovale e protoplasma con prolungamenti ai due poli, immerse in un fitto reticolo di comuni fibrille connettivali e sia col trattamento al picrocarminato sia colla potassa sia coU'acido osmico non si osservano fibre elastiche. Sul ligamento cervicale di feto di bue a 6 mesi si tro- vano invece fibre elastiche sottilissime serpentine riconoscibili al co- loramento al picrocarminato che le tinge in giallo, ed elementi cel- lulari in trasformazione in fibre elastiche; se il pezzo già colorato al picrocarminato si tratta all'acido acetico e si dissocia diligentemente, si vedranno cellule in tutte le fasi di trasformazione in fibre elasti- che che non descrìvo perchè sono le stesse che quelle descritte negli elementi del perinevro.

Anche su tagli trasversi di ligamento nucale a questa età del- l' embrione le piccolissime fibre elas-tiche non lasciano vedere alcuna cavità interna.

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COXCHIUSIONI

1. Le fibre elastiche, cosi quelle dette da nucleo come quelle grandi, sono tutte un derivato cellulare, perchè provengono da ele- menti cellulari, i quali, per le trasformazioni che subiscono, possono considerarsi come elementi speciali.

2. Il processo di trasformazione consiste in uno slunganiento del- l'elemento cellulare, od in primo luogo del protoplasma, slungamento accompagnato da graduale assottigliamento del protoplasma ; nello slungamento consecutivo del nucleo e nella sua fusione coi prolunga- menti protoplasmatici. Il processo di formazione delle fibre viene com- pletato dalla fusione degli elementi già trasformati, secondo serie li- neari; le reti elastiche si formano per prolungamenti che gli elementi generatori delle fibre elastiche emettono lateralmente, e che pongono in comunicazione tra loro le serie lineari.

3. Il processo di trasformazione move dal protoplasma e viene completato dal nucleo , il quale ha perciò un valore istogenetico im- portante.

4. Il processo è comune a tutti gli elementi elastici , sia quelli che si trovano nel cMinettivo, sia quelli che formano organi elastici; in un modo più classico che altrove si può seguire nel perinevro dello sciatico di animali adulti, ma è ancora evidente nei tendini, nel cen- tro tendineo del diaframma, nella dura madre, nel corion della cute.

5. La fibra elastica una volta formata è piena, e non cava, seb- bene la sostanza che la costituisce non sembra che abbia gli stessi caratteri nella periferia e nel centro.

6. La grciuu'osità, che le fibre elastiche piccole o grandi mostra- no, non è indizio di genesi delle medesime dalla fusione di granuli della sostanza fondamentale; ma è invece atteggiamento della sostanza propria delle fibre elastiche, che forse potrebbe non essere indiflerente per il loro ulteriore accrescimento.

7. La fibra elastica una volta formata cresce come tale; si para- goni la fibra elastica del lig. nucale di un embrione di bue a sei o sette mesi, e quella del lig. cervie, di adulto, e si troverà che essa è enor- memente cresciuta in spessezza , e questa è la prova migliore dtlla vitalità (li questi elementi già formati.

<S. Le fibre elastiche del ligamento nucale dei grossi mammiferi e dei ligamenti gialli dell'uomo non sono riunite in fasci da semplice sostanza cementante, ma invece da un reticolo connettivale, che ar- riva con maglio sottilissime ad abbracciare ogni singola fibra. Questo sto>so conuiittivo, qua e insp;\ssito , forma tramezzi, lungo i quali

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■cori'ono vasi arteriosi e venosi, e contiene elementi collnlain, che anche nell'adulto proseguono la loro trasformazione in fibre elasti- che. Tale connettivo precede nell'embrione la comparsa delle fibre elastiche, e la formazione di queste nel feto di bove s'inizia verso il quarto mese, diventa rigogliosa al sesto, continua tale fino a qualche tempo dopo la nascita, indi coU'avanzare dell'età si riduce, senza però ■cessare mai del tutto.

Questa rete connettivale ha importanza per la distribuzione inti- ma dei succhi plasm itici in organi non ricchi di vasi.

Kaj^oìi, Dicembre 1880. Laboratorio di Istologia e Fisiologia ge- nerale (iella li. Università.

Malattie dell'Olivo. I. La tubercolosi. Nota rias- suntiva del socio ordinario residente Luigi S.vtastaxo.

(Tornata del 13 Febbraio 1887;

Fra le malattie che più di frequente attaccano l'olivo nelle no- stre contrade v'ha quella detta comunemente dagli arboricoltori della rogna. Però con questo nome, anziché indicare una sola affezione » se ne comprendono diverse. Dallo studio che ne ho fatto , mi pare che esse si possano dividere in due categorie di natura ahbastanza dif- ferente. La prima ne comprende essenziahnente una, che con tutta pro- babilità può ritenersi prodotta da un batterio speciale, e che mi pare si possa denominare con maggiore esattezza tubercolosi. La seconda <iategoria invece ne comprende diverse ; e queste sarebbero le iper- plasie semplici o complesse ed i tumori speciali, tutti non causati da batterio alcuno.— Mi occuperò in questa prima nota riassuntiva della sola tubercolosi.

I tubercoli che caratterizzano la malattia si formano abitualmente nei rami del fusto ancora giovani— da 1 a 15 anni circa. Ordinaria- mente sono isolati, sparsi; ma qualche volta affettano la forma mdia- rica. Sono più rari nelle radici ed ancora più nelle foglie e nei frutti (sarcocarpio ed endocarpio). Sinora non li ho potuto rinvenire nel ■fiore, ma ritengo che anche esso non ne resti immune.

La formazione di un tubercolo è la seguente. Ordinariamente nella zona cambiale, e più spesso nella parte liberiana del fascio, si inco- mincia a sviluppare una colonia di batterii. Contemporaneamente si accentua all'intorno di essa un'iperplasia di elementi più o meno pro- fondamente degenerati. La colonia si accresce e la macchia piglia un

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color rossastro L'iperplasia cresce, il tubercolo ingrossa sino al punto- che la parte corticale, la quale è rimasta o in tutto o in parte e^^tra- nea a tale sviluppo, si fende.

Una volta formatosi un tubercolo non si arresta, ma si accresce di anno in anno più o meno, arrivando alla grossezza di cm. 1 a cm. 5 di diametro. Esso resta sempre attaccato dalla parte interna verso la zona rigeneratrice ; mentre la parte esterna fenduta e dis- seccata si disfa lentamente. Il tubercolo si origina nella primavera^ durante la state la formazione iperplasica si arresta , ma la colonia batteriacea progredisce nel suo sviluppo: nella ripresa della vegetazione autunnale nelle nostre contrade, l' iperplasia ripiglia il suo sviluppo.

Ho eseguito una serie di esperimenti sui rapporti tra il male ed i fatti traumatici, operando ferite, intacchi, lacerature, decorticazioni, potagioni forti durante gli anni 1884 ed 85. Le conclusioni alle quali sono arrivato sono le seguenti.

1. I fatti traumatici in generale non determinano la formazione dei tubercoli, se non nelle piante già affette o predisposte.

2. In tali piante un fatto traumatico non causa sempre inevitabil- mente un tubercolo.

3. Nelle dette piante una potagione troppo vigorosa determina la formazione di nuovi tubercoli, e l'accrescimento dei vecchi.

4. Lo sviluppo del tubercolo è in ragione del vigore della pianta. Dagli studi da me fatti in diversi oliveti italiani risulta che le

cause della malattia possono dividersi in occasionali o costituzio- nali. Le prime determinano il male nelle piante predisposte o 1* ag- gravano allorquando ne siano già affette, le seconde possono invece causare direttamente il male.

Le cause occasionali possono dividersi in tre gruppi.

I. Cause esterne— i. Fertilità del suolo; 2. Irrigazioni eccessive,' 3. Concimazioni abbondanti; 4. Lavori al terreno. Tali cause aumen- tano e talvolta esagerano la fertilità del suolo; per conseguenza de- terminano uno stato pletorico nella pianta , il quale contribuisce ad aggravare il male o lo fa maggiormente sviluppare , allorquando la pianta ne sia appena affetta.

II. Cause meteorologiche. 1. Grandine; 2. Geli; 3. Nebbia; 4, Pioggia.— La grandine agisce come un fatto traumatico; il gelo invece disorganizzando una parte di tessuti, induce un forte accumulo di prin- cipii elaborati nelle parti attaccate, affinchè si possano formare i cer- cini di cicatrizzazione, e perciò provoca la formazione dei tubercoli; la nebbia benché ritenuta per dannosa in talune contrade (Umbria) ha un'azione poco determinata; infine la pioggia aiuta semplicemente la distruzione della parte esterna del tubercolo.

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III. Cause traumatiche— ì. Ferite; 2. Tagli; 3. Decorticazioni; 4. Incisioni; 5- Potagione vigorosa; 6. Innesto; T. Raccolta.— Le quattro prime provocano un accumulo di principii elaborati; la potagione forte disturba l'equilibrio fisiologico , produce un afflusso dei principii ela- borati superiore al consumo, e quindi induce uno stato pletorico nella pianta; l'innesto agisce allo stesso modo e qualcbe volta inocula di- rettamente il male; infine la raccolta, allorché sia fatta abbacchiando le olive, causa numerosi fatti traumatici.

La seconda categoria comprende le causo costHuzionali; esse sono: 1. Natura della pianta; 2. Eredità: ii. Infezione. In riguardo alla prima è un fatto positi >o che anche nelle località dove il male sia più diffjso e generale, non tutte le varietà di olivi ne sono ugualmente affette. In generale sono le varietà proluttive e delicate le più attac- cate; mentre le rustiche e meno produttive lo sono meno. Un tale fatto trova la sua ragione in patologia vegetale nei rapporti tra la pianta e le malattie, massime le costituzionali: sono sempre gli orga- nismi più delicati , quantunque migliori in riguardo al nostro torna- conto di coltivatori, che sono più facilmente affetti. L'eredità poi nel- l'olivo contribuisce molto, anzi troppo, a diffondere il male; poiché que- sta pianta moltiplicandosi in coltura artificialmente (talea, pollone), ne consegue che vi sarà un'eredità diretta; e la pianta figlia di una pianta malata, è già aff"etta dal male o vi è predisposta.

L'infezione certamente fra tutte le cause é la più importante. Sin dal 1885 potei constatare nei tubercoli la presenza di un batterio par- ticolare, che denomino il Batterio della tubercolosi dell'olivo. Du- bito che esso sia identico a quello indicato come cau-<ale della tuber- colosi della vite da Andrade Corvo. Recentemente l'Arcangeli ha an- nunziato in un suo studio la presenza di un tale organismo in questa affezione e l'ha denominato Bacterium oleae ; egli però dubita che sia la causa del male.

I fatti che sinora ho potuto constatare sulla biologia di un tale batterio sono i seguenti. 1. Esso si trova in colonia allorquando il tubercolo non è che una semplice e piccola macchietta, appena distin- guibile nel tessuto. 2. I molti tubercoli che ho esaminati presentavano costantemente un tale organismo sino dallo stato iniziale del tuber- colo. 3. Allorquando si produca un cercine di cicatrizzazione , se in qualche punto di questo si sviluppi una colonia di batterii, si produce un tubercolo, che segue il suo sviluppo regolare. 4. Nelle località ove una tale malattia è diff'usa (Barese e Terra d'Otranto) tutte le varietà ne sono aff'ette, anche quelle che sono resistenti in località meno af- fette. 5. Il male comincia da un centro e di si diff'onde : un tale

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fatto fu costatato nel secolo scorso dal Targioni-Tozzetti e recente- mente nel Perugino.

Gli esperimenti di coltura del batterio m' hanno dato i seguenti risultati. Coltivato sulle patate forma tante catenelle composte di molti individui, ciascuno dei quali è piìi grosso della forma normale. Coltivato poi nella gelatina si sviluppa nella prima coltura a zooglea, la quale presto si disfà : nelle colture successive non si ha più for- mazione alcuna di zooglea: il suo optimum di temperatura oscilla fra 32° e 38°.

Una tale circostanza mi pare spieghi perchè l' infezione sia più violenta nella regione meridionale; perchè la colonia preferisca nella pianta il fusto alle radici , e la parte liberiana alla legnosa del fa- scio: nelle prime trova sempre una temperatura maggiore per rispetto alle seconde.

Infine nella passata primavera ho intrapreso una serie di esperi- menti di inoculazione. Ho sperimentato su piante sane e su piante già attaccate dal male, ed in queste nei rami perfettamente sani. Ho ri- petuti gli esperimenti nell'autunno.

È a notarsi che l'inoculazione del batterio nella pianta riesce dif- cile, poiché inoculandolo nella zona rigeneratrice o presso, la parte della corteccia distaccata si dissecca quasi sempre. I risultati delle inoculazioni primaverili sono stati relativamente agli autunnali , più decisivi.

Nelle piante sane si ottennero dei tubercoli poco appariscenti: si trovava nel cercine di cicatrizzazione dei centri di batterli, ma at- torno a questi l'iperplasia era poco accentuata. Ciò a me pare dipenda essenzialmente dalla natura della pianta: le piante resistenti offrono, a quanto ho potuto constatare sinora, una scarsa produzione degli ele- menti ne.i cercini di cicatrizzazione; e perciò una resistenza alle iper- plasie.

Sopra i rami sani delle piante ammalate i risultati sono stati i seguenti: in tutte le inoculazioni si sono formati sempre tubercoli ab- bastanza grossi. Però è da notarsi per contro che negli esperimenti di comparazione in tali -piante, ho ottenuto alle volte anche la formazione di tubercoli, i quali non furono costanti, ed ancora furono più piccoli.

La biologia di un tale batterio merita ancora di essere studiata, e gli esperimenti ripetuti; i quali spero ripigliare nella prossima pri- mavera.

Gabinétto (Il Arboricoltura della R. Scuola Sup. cV Agricoliura in Portici. Gennaio 1887.

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Malattie dell'Olivo. II. Iperplasie e tumori.

JVota riassuntiva del socio ordinario residente Liugi Sava-

STANO.

(Tornata del di 27 Febbraio 18871

Nella seconda categoria, delle due nelle quali ho divise le malattie dell'olivo appartenenti a quella affezione che comunemente chiamasi rogna, abbiamo le iperplasie e tumori , i quali sono determinati , al- meno sino alle osservazioni fatte sinora , da tutt'altra causa fuorché da batterii. Le forme d'iperplasie alle volte sono isolate, altre si as- sociano. Le distinguerò e riassumerò nei gruppi seguenti.

I. Gruppo.— Iperplasie semplici.— Questo gruppo comprende le forme nelle quali si trova una semplice moltiplicazione delle unità fisiologiche, od ancora di organi (gemme), senza una vera degenera- zione nella costituzione di tali unità utl organi.

1.^ Iperplasia corticale. È la moltiplicazione degli elementi corticali. Essa affetta di frequente una forma speciale. All'ingiro del- l'inserzione d'un ramo reciso si formano come tante rughe corticali, ciascuna delle quali è dovuta ad una nuova formazione di elementi nella pianta. Si trova ancora un'altra forma che è quella dell' iper- plasia delle lenticelle: questa è più frequente nel sistema radicale.

2.* Iperplasia liberiana, "à.^ Ip. legnosa, 4.* Ip. libero-legno- sa. — La 2." e la 3.* si trovano talvolta isolate, ed altre si uniscono ed allora si ha la 4.*

La 2.^ si trova più frequente nei cercini di cicatrizzazione delle piant" di natura più produttiva, e che, generalmente, sono più di fre- quente attaccate dalla tuberco'osi. La ?).^ invece si trova a preferenza sulle piante più robuste e meno attaccate. Questa alle volte prende una forma speciale: è quella di un rigonfiamento a corona all'im- pianto del ramo: essa accompagna l'iperplasia delle gemme. La 4^ si rattrova di preferenza nelle piante molto produttive.

5.* Iperplasia del sarcocarpio, Q.^ Ip. delt endocar pio.— ^on sono molto frequenti: si presentano in forma di piccoli rigonfi, senza alcuna specialità nel tessuto. Le ho rinvenute nelle varietà produtti- ve e particolarmente in quelle a frutto grosso.

7.* Iperplasia delle gemme. Si trova più di frequente allor- quando facciasi una potagione troppo vigorosa, ed ancor più se si po- tino tutti i rami di una pianta, lasciando le sole branche. Allora nel punto dove trovasi una gemma assopita invece di svilupparsi essa sol- tanto, se ne sviluppano parecchie: questo fatto può accadere anche in altri punti del ramo (gemme avventizie) ; esse però sono sempre in

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molte. Questa iperplasia è piuttosto frequente nelle p'ante molto pro- duttive.

II. Gruppo.— Iperplasia complesse.— Questo gruppo compren- de le forme nelle quali si trovano profonde modificazioni delle unità fisiologiche: comprende ancora i veri tumori. Lo si può suddividere in due sotto gruppi:

a) Le unità fisiologiche subiscono una degenerazione morbida: si moltiplicano, ma le pareti si assottigliano; esse si attondano, scompa- rendo qualunque loro specializzazione (fibre, vasi); il tessuto diventa uniforme. In certi casi si possono costatare tutte le forme di passag- gio dalla forma normale dell'elemento alla forma patologica. Si distin- guono le seguenti iperplasie:

l.'' Iperplasia liberiana, 2^ Ip. legnosa, 3.^ Ip. libero-legno- sa. — Come nelle iperplasie semplici la l.*" e la 2.^ si possono tro- vare isolate ovvero assieme, ed allora si ha la 3/ Esse non sono troppo frequenti e spesso accompagnano la tubercolosi.

b) Nell'altro sottogruppo le unità fisiologiche afiettano una dege- nerazione sclerenchimatica. Si formano dei veri tumori. Nell'olivo ss ne trovano due forme caratteristiche.

1.'^ Microscleroma. Si trovano sotto la corteccia dei piccoli noduli grossi da 1 mra. a 5 mm. di forma variabile, raramente sfe- roidali , più di frequente ovoidali. Questi noduli sono formati di ele- menti disposti radialmente attorno al centro dello sferoide od all'asse dell'ovoide. Gli elementi sono quasi uniformi , arrotondati ed inspes- siti. Questi noduli sono formati nella zona cambiale e poi d'ordinario rigettati verso la parte liberiana, raramente verso la legnosa. Qualche volta si presentano allo stato miliarico. Si possono considerare come gemme abortite, poiché in taluni casi, rari però nell'olivo, emettono un piccolo rametto.

2.° Macroscleroma. Prèsso il pedale delle piante incomincia a formarsi un mammelhme, che s'accresce rapidamente e nelle con- trade meridionali (Tarentino) raggiunge talvolta dimensioni straordi- narie. Facendone la sezione si trova la corteccia allo stato normale nella sua spessezza e nei suoi elementi. L'iperplasia si è prodotta sol- tanto nel legno: la parte centrale di questo tumore diventa piìi com- patta e piglia un color rosso mattone. Gli elementi anatomici non conservano più la disposizione normale dritta, ma, abbenchò inspessiti, sono raggomitolati capricciosamente.

III. Gruppo. Tumore deformante degli ovoli. Si è co- stretti a farne un gruppo a parte, poiché esso non rientra nei prece- denti, abbenchè abbia alcuni caratteri dell'uno ed altri dell' altro. In anatomia patologica non ho trovato nulla ancora di più capricciosa-

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mente bizzarro. Sul ceppo e sulle grosse branche radicali si trovano gli ovoli stranamente deformati. Ne spuntano contemporaneamente rami radicali e caulinari: questi però non si sviluppano che pochis- simo. Quelli invece si accrescono, si rigonfiano, si restringono, si svi- luppano da un sol lato, si dicotomizzano, si accollano, si contorcono. E poi si trova formazione di tessuto qui morbido, sclerenchimatico. Per dare un'idea non dico giusta, ma sufficitìnte di tali deformazioni bisogna rinunziare a descriverle; bisogna figurarle.

Gabinetto di Arboricoltura della R. Scuola Siq). d' Agricoltura in Portici. Gennaio 1887,

Osservazioni intorno ad alonne specie di Acanto- cefali. Comunicazione del socio ordinario residente

Fr. Sav. BIonticelli.

(Tornata del 27 Febbraio 1887) ECHINORINCHI DEI CETACEI

Il GoUet (1) ha testé descritto un Echinorhynchus (riiber) da lui trovato nell'iniestino della Balaenoptera borealis Less., insieme ad un altro Echinorhynchus che egli riferisce con dubbio all'^. porri- gens Rud., e ne due incisioni, una rappresentante l'animale intero, l'altra il capo ingrandito (fig. E. E'. Dalle figure e dalla descrizione del Gollet si rileva che la n. sp. rientra in quel gruppo ben caratte- rizzato di Echinorinchi a proboscide munita di ricettacolo proprio , gruppo al quale appartiene 1' E. porrigens Rud. (2) della Balaena mysticctus Lin., l'itrovato non è molto dal Megnin (3), V E.Jurbinella dQÌVByperodoìi rostratum descritto dal Diesing (4), il quale lo ha

(1) Coltet. Ou the external characters of Rudolphi 's Rorqual {Balaenoptera borealis), cap. X parasites. P. Z. S. of London. Part II 1886, pag. 25G-259.

(2) Rudolphi. Entoz. Synops. pag. 71 e 325, Tab. I, fig. 4-5. Bremser. Icon. Helm. Tab. VI, fig. 1.

Westrumb. De Helm. Aoantoceph. Tab. I , fig. 17-18.

(3) Megnin. Note sur les helminthes rapportès des cotes de la Polonie ecc. Bull. Soc. Zool. Frauce, VIII, pag. 153-154, 1883.

(4) Diesing. Syst. Helm. Voi. II, pag. 54, 1851.

Zwòlf Arten von Acanthoceph. Denk. d, k.

Akad. Wien. XI, pag. 228, tab. Ili, fig. 19-24.

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poi riconosciuto in due individui ($) trovati dallo Steenstrup nell' inte- stino della Balaenoptera gigas Eschr., (1) VE. bremcollis trovata e descritto dal Malm (2) della Balaenoptera Sibbaldii Gray , e ri- trovato ultimamente dal Megnin (op. cit. loc. cit.), e finalmente YE. capitaius Linstow della Pseudorca crassidens. (3)

Or esaminando le incisioni della nuova specie del CoUet ed i di- segni deir^. twbinella dati dal D;esing (4), appare una certa somi- glianza fra le due specie. Confrontando poi descrizione del GoUet e la frase diagnostica dell'i?, turbinella del Diesing (4), questa rasso- miglianza si fa più manifesta e si ha la certezza die le due specie sieno identiche, le poche differenze che sembrano esistere nella de- scrizione del Collet non sono essenziali e confermano invece il fatto.

La forma della proboscide è identica nello due figure del Col- let (E') e del Diesing (fig. 21) (5). La sola diff"erenza fra le descri- zioni sta in ciò, che il Diesing assegna 6-7 serie di uncini alla probo- scide deir£'. turbinella, mentre il Collet ne assegna solamente 4 al- YE. riiber. n. sp.; se però si rifletta che il numero degli uncini può variare in diversi individui della stessa specie, come ha dimostrato il Molin (()) per YE. heruca Pallas , avendo egli rinvenuto degli esem- plari maschi di questa specie che avevano 9 uncini alla proboscide, invece di 6-8, numero assegnato dagli altri autori; ed il Villot (7) psr VE. striatus Goeze, si vedrà di leggieri che tal diff'erenza è priva di valore. Lioltre la figura del Collet (E'j lascia dubitare se la prubo-

(1) Diesiìig. Revision des Rliyngodeen. Sic. .1. }i. Akad. AVien. Bd. 87, pag. 751, 1850.

(2) Malm. Monograpliie illustr. de la Baleu jptere d cute

oc. de Suede, Stockohn 18(37, pag. 05.

NoQ ho potuto procurarmi il Ixvoro dal Malm e mi so.i valsa invece della breve descrizione e della figura che ne il Megniii niò\ suo lavoro: Organisation et developpement des Echinoidiyuques (Bull. Soc. Zool d. Franco VII, 1882, pag. 344, pi. VI. fig. 3.

(3) Linstow. Helmiiithilog. Untersuch. Arch. f. Naturg. XLVl, pag. 4f), Tav. Ili, fig. 13.

(4) Diesiiìf/. Zwòlf Arten ecc. pag. 288, Tab. Ili, fig. 19-24.

Syst. Helm. Voi. II, pag. 54.

(5) Zwoli. Arten. ec. Tab. III.

(G) Molin. Cephalocotylea e Nematoidea. Sitz. d. k. Akad. Wieu, Bd. XXXVIII, pag. 1(5. ì^yj.

(7) Villot. Faune Helm. de la Bret. Arch. Zool. Exper. Voi. IV, p. 473, pi. XIV, fig. 1-3.

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scide sia del tutto svaginata , ed ancora gli uncini che vi si vedono rappresentati sono in più serie che quattro.

n ricettacolo della proboscide è anch'esso identico nelle due fi- gure, solo il Diesing non indica il numero degli uncini di cui è ar- mato, mentre il Gollet gliene assegna 11-12 serie, carattere questo che non toglie possano le due specie identificarsi.

Osservando idue disegni potrebbe forse trovarsi una certa diffe- renza nella forma di tali uncini: ma son inclinato a credere che la differenza debba attribuirsi piuttosto ad imperfezione del disegno del Gollet.

A sua volta la descrizione del collo e la figura dell' E. ruher coincide a capello con la figura dell' ^. turhinella del Diesing. (1) Ancora la forma del corpo del primo quale è rappresentata e de- scritta dal Gollet (fig. E), si accorda con la figura e descrizione del- \E. turbinella del Diesing. (2,

La sola differenza di una certa importanza potrebbe a prima giunta sembrare questa che nell' E. turbinella la hursa maris è campani- forme, mentre il Collet dice che il maschio della sua nuova specie si distingue dalla femmina, per la presenza di due ripiegature che circon- dano l'orificio dei genitali. Ora se si guardi la fig. 23 del Diesing si vedrà che la bursa maris ha la forma di campana; ma molto com- })ressa ed ha i margini liberi molto spessi, e se si rifletta che questa borsa può contrarsi, si potrà ben intendere come le due ripiegature descritte dal Gollet non possono essere altra cosa che i margini ispes- siti della contratta bursa maris.

Le misure date dal Gollet dell' E. r^uber non differiscono molto da quelle dell' E. turbinella del Diesing; infatU il primo assegna 25 mill. di lungh. all*^. ruber ed il secondo circa 19 mill. all'^. turbi- nella. È d'uopo per altro tener conto che il Gollet, mentre nella dia- gnosi assegna 25 mill. alla sua specie, a pag. 256 scrive che fra i più piccoli individui « thin, semi-transparent and immature » che misura- vano 10 mill. di lunghezza e « the full-grown specimens, the lengtth of which was about 25 mill., there were ali gradations of size. »

Resterebbe ancora il fatto del colorito del corpo, rosso mattone neir^. ruber, colore che non è indicato dal Diesing per l' E. turbi- nella; ma bisogna tener conto che quest'autore ha descritto la specie sopra individui in alcool ricevuti dal Hyrtl (3) e del resto il colorito

(1) Diesing. Zwolf. arten. ec. Tab. Ili, fig. 21,

(2) « ., 20-

(3) Diesing. Syst. Helm. Voi. II, pag. 54.

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delle sue figui'e è bruno; (1) probabilmente dovuto all'azione decolo- rante dell'alcool.

Infine la differenza dell'ospite non ha importanza se si considera che Y Echinorhìjnchus turbinella oltre all'essere stato rinvenuto neW Hyperodon rostratum, lo è stato pure, come sopra ho detto, nella Balaenoptera gigas, che è poi sinonimo della B- sibbaldii Gray, (2) affine alla B. borealis nella quale il Collet ha trovato la sua nuova specie.

Da quanto ho detto si rileva che la specie descritta dal Collet come nuova {E. ruber), è identica all'^. turbinella descritto dal Die- sing nel 1851, cosicché quella va considerata sinonima di questo.

Le uova trovate nella femmina dell'E. ruber dal Collet devono quindi riguardarsi come appartenenti all'^". turbinella, sicché si può" aggiungere ai caratteri di questa specie che le uova, secondo il Collet, misurano 0.125 mill. di lunghezza e l'embrione è privo di uncini nella' regione cefalica e del filo spirale descritto dal Pagenstecher (Zeit. Wiss. Zool, Bd. XIII. p. 118).

Divido pienamente l'opinione espressa dal Collet che l'ospite pri- mo dell'^. brevicollis possa essere VEuphausia inerniis cibo di che si nutrisce la Balaenoptera Sibbaldii nella state; ma più che il Ca- lanus finmarchichus , come suppone il Collet (op. cit. pag. 261), son di avviso che anche l'ospite primo àeVC E. turbinella (ruber) possa essere VEuphausia inermis -che , secondo riferise il Guldberg (op. cit. pag. 147), è il nutrimento della B. Borealis, come della B. Sib- baldii. L'essere questo Thjsanopodo il nutrimento delie due specie di Balenottere potrebbe ancora invocarsi come argomento in apooggio dell'identificazione delle due forme. In favore di questa ipotesi sull'o- spite intermedio di questi Echinorinchi dei Cetacei sta il fatto che le for- me larvali di molti Echinorinchi di pesci d'acqua dolce, [E. proteus> polymorphus, angustatus) si riscontrano in crostacei di acque dolci,

(1) Diesing. ZwlOf. Arten. ecc. Tab. Ili, %. 19-20-21.

(2) Per la detei'minazione e sinonimia dei Cetacei in discorso mi son valso delle seguenti opere:

Beneden P. J. van. Les cétacés des mers d'Europe. Bull. Acad. Roy. de Belg. 3 ser. t. X, n. 12, 1885,

Guldberg G. Zur Biologie der Nordatlantischen Pinwalarten.. Zool. Jahr. Bd. II., I Heft. pag. 127-174. Quest'autore a pag. 147 ri- porta che il Collet aveva trovato nel canale digerente della B. bo- realis Less. VE. porrigens, ed una nuova specie [E. ruber).

(Aslacus fliwiatilis , Gammarus iiulex, Asellus aqualicus) (1) o in larve acquatiche d'insetti (E. clavaceps) (2), di cui appunto si cibano questi pesci , e che recentemente il Sars (3) ha trovato nella cavità periviscerale della Euphausia pellucida una specie di Echinorhyn- cus che descrive col nome di E. corrugatus di cui veramente, per la breve descrizione e la non indicazione di sesso, non è possibile diro con certezza se trattisi di specie adulta o di stato larvale. Il Sars l'ha trovato avvolto a forma di S italica , ma non dice se era inca- psulato 0 no.

ECHINORINXHI DEI PESCI

a) Il Molin nel Prospectus Helminth. quae in Podr. Fauna Helm. Venetae contin. (4) descrive col nome di E. annulatus un Echino- rinco molto caratteristico, di color roseo, trovato da lui nel cavo addo- minale del Gadiis merlucius, e nel Prodromus faunae ecc. ^5) ri- porta la descrizione e ne una figura (Tav. Vili fìg-. 9 . Questa specie non è stata poi da altri più ritrovata; lo Stossich (6) l'anno- vera fra le specie Adriatiche, ma mi scrive di non averla mai rin- venuta. Nella dissezione di molti Teleostei (Lepidojms caudatus, Ru- vettus pretiosus, Conger vuìgaris, Thynnus vulgaris, Merlucius csculentus, Aidopus filamentosus) ho trovato frequente nel loro pe- ritoneo ed una sol volta sul fegato {Conger vulgaris), un Echinorhyn- chus diesi riferisce al"^. annulatus del Molin, ed osservando accura- tamente gli esemplari di questa specie al microscopio, ho potuto accor-

(1) Linsioio. Helminthologie, p. 315-316, n. 1795, 1799, 1800 1803.

(2) Villot A. Sur l'état larvaire et l'hote iatermédiaire de l'Echi- noriiyachus clavaceps Zeder. Zool. Anz. Vili. Jahr. 1885, pag. 19-23. Quest'autore ha trovata la larva, di questo E. nella larva di Sialis niger che asserisce esser cibo dei pesci e la considera come il vero ospite intermediario delVE. clavaceps.

(3) Sars. ReiDort oa the Schizopoda collected by H. M. S. Chal- lenger during the years. 1873-79, pag. 221-222. Plat. XXXVIII, iig. 15, IG, 17,18.

(4) Afolm. Sitz. d. k. Akad. zu Wien. XXX, 1858, pag. 143.

(5) Denk. k. Akad. Wien. XIX, pag. 267-278, Tab. Vili, fig. 8-9.

(6) Stossich. Prospetto della fauna dell' Adriatico. Parte IV. Vermes. Bull. Soc. Adr. Se. Nat. Trieste. Voi. Ili, fase, I, 1882.

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germi che alcuni punti della descrizione del Molin erano erronei. Dirò brevemente delle difìerenze osservate e di alcun che dell'anatomia di questa specie. Gli uncini della proboscide, che è di forma ovalare, un ristretta anteriormente e troncata, invece di 15 come asserisce il Molin, io ho visto che variano da 9-15 serie e che non tutti sono della medesima grandezza e robu- stezza; gli anteriori sono forti, robusti ed arcuati, quelli delle tre ultime serie costantemente più lunghi, esili ed appena ricurvi all'apice.

Il collo è tubolare e piuttosto lunghetto nella mas- sima sua estensione. Alla base del collo comincia il corpo, ^ '^'' ' che nella sua parte anteriore è coniforme, si rigonfia poi a formare un cercine , e si continua cilindraceo per tutta la sua lunghezza. Le due fascie di spine che , secondo la figura e descrizione del Molin, circondano la parte anteriore del corpo, non sono uncini come quelli della proboscide, ai quali li paragona il Molin; ma sono invece delle squamette embricate, rigonfie nel mezzo, ed arcuate, che, viste cK lato, simulano l'aspetto di spine piccole e tozze (flg. 1 e 2). 11 primo collare ricovre il cercine, il secondo comincia là, dove la parte anteriore co- niforme del corpo va a restringersi, e si termina alla base del collo. Il colore del corpo è ranciato molto forte ed è dovuto a goccio di ap- parenza oleosa , La cuticola del corpo è finamente striata ; ma tale striatura non si osserva nella parte che intercede fra i due collari , sul collo che è liscio e levigato.

I lemnisci partono dalla base del collo e si estendono poco oltre il cercine; essi hanno forma allungata e s'assomigliano a quelli dell' E. proteus Westrumb.

II ricettacolo della proboscide decorre lungo tutto il collo, la parte anteriore coniforme del corpo, e si estende fin oltre il cercine, per metà circa della larghezza di quest' ultimo. Neil' interno del ricetta- colo si possono scorgere i retrattori della proboscide i quali fuore- scono della guaina della proboscide e si vanno ad inserire alle pareti del corpo: non ho potuto scorgere i retinacoli del ricettacolo. Il liga- mento è lungo e stretto.

Ho trovato maschi e femm'ne di questa specie indifferentemente. Dei primi non mi è riuscito per trasparenza studiare gli organi geni- tali; ma delle seconde, in preparati fatti in glicerina, ho potuto vedere che l'apparato genitale femminile non differisco gran fatto da quello degli altri Echinorinchi nei quali finora è stato studiato: vi si trova una campana uterina, con le corrispettive bursae tubae, un utero al- lungato ed una vagina che si apre all' esterno in quel punto che il Molin chiama infossamento del vertice nella spiegazione della figura,

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ed in questa imlica con la lettera l (1). All'aspetto l'apparato genitale femminile s'assomiglia molto a quello dell'E*. protcus e clavaceps (2) come forma e disposizione delle sue parti.

Nel corpo non ho potuto mai trovare dello uova.

Più frequentemente fra i Pesci enumerati io l'ho incontrato nel Lepidopus caudatiis; in quest'ultimo non ho trovato VE. pristls P^ud. di cui parla lo Zschokke (3).

h) Lo Zschokke ha trovato ancora nei Teleostei del golfo VE. ur - niger Duj {Labr'us iurdiis, Gobiiis auratus), VE.pumilio {Rhomboi- clitys 7na7icus, Gobius cruentataius), e per il primo nei Plagiosto- mi, nei quali giammai finora erano stati registrati Echinorichi (4). l'J^^. prisiis Rud. {Mustelus laevis) e 1'^. urniger Duj {Mijliobaiis aquila). A questi enumerati dallo Zsclaakke va aggiunto ancora VE. angustatus Rud che invenni nella Motella vulgaris ed il caratteristico E. pro- pinquus Dujardin, col corpo sopraccarico di uova, che lio trovato nel- l'intestino del Gobius ìninutus e nella Solea vulgaris. Questa specie a quanto scrive lo Stossich (5), è la più comune fra le specie adriati- che: egli il disegno della proboscide e degli organi genitali ri- serbandosene la descrizione in una sua prossima pubblicazione. Il colore del corpo di questo piccolo Echinorinco è di un bel gialletto trasparente. Il numero degli uncini della proboscide, che è ovale, ma troncata all'apice, ho trovato conforme all'indicazione del Dujardin (6) e Diesing (7); come con la figura dello Stossich si concorda la mia osservazione, che cioè gli uncini delle serie anteriori sono più forti,

(1) Molili. Prodromus fan. ecc. Denk. 1801, pag. 80, tav. Vili fìg. 9, l.

(2j Saeftigen. Zur organisatioa dar EchiaorhynchBn. Morjih. Jahrb. 1884. Bd. X, 1. Heft, pag. 26-37, Taf. III. IV. V.

(3) ZscJioJcke. Helminthologische Bemerkungen. Abdruck aus Mitt. Zol. Stat. zu Neapel, Bd. VII, 2 Helft, pag. 270.

(4) A quanto risulta dalle recenti ricerche dell'Oerley (Die Ento- zoen der Haien und Hochen Budapest 1885. Termesz. Fiìzetek. Voi. IX, N.° 2).

(5) Stossich. Brani di Elmintologia tergestina, Serie terza, Estr. Boll. Soc. Ad. S. Nat. in Trieste. Voi. IX, n. 2, 1886, pag. 6, t. VII fig. 80-31.

(6) Dujardin. Hist. nat. d. Helm. pag. 533.

(7) Diesing. Syst. Helm. Voi. II, pag. 28.

(8) Rudolphi. Synops p. 05 313.

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lunghi e robusti, e quelli delle due ultime S3rie più piccoli e ricurvi^ particolarità questa non notata dal Dujardin, dal Dresing; ma la forma di essi è alquanto differente da quella figurata dallo Stossich come si può rilevare dalle figure 3. 4. Il ricettacolo della proboscide è lungo e cilindrico ed i lemnisci ancor' essi y/#j^/ fu niolto lunghi piriformi, a collo lunghissimo e formati a zig-zag. 11 Rudolphi trovava questa specie a Napoli nel Gobius niger e nella Solea vulgaris.

Il Gobius miymtus Gmelin, nel quale ho rinvenuto " ' ^'^ lino degli esemplari di E. jyropinquus, l'ho trovato nello stomaco dell' Umbrina cirrhosa.

Anche il Rudolphi ha incontrata questo Echinorinco in Napoli nella Umbrina vulgaris (cirrhosa). Io suppongo che wqVC Umhrina e negli altri grossi pesci vi pervenga a mezzo dei piccoli Gobius.

e) Risso (1) con questa frase. E. corpore toto rubro aurantiaco indica un Acantocefalo trovato a Nizza nell'intestino del Vogmarus Aristotelis ( Trachypterus falx C.V). A complemento della brevissima frase diagnostica aggiunge : « Tout son corps est colorò d' une belle tinte orango. »

11 Diesing (2) non potendo, per la mancanza di una esatta descri- zione della forma della proboscide, assegnargli un posto in alcuno dei gruppi da lui stabiliti, lo riporta fra le « species inquirendae. »

Il riconoscere la specie del Risso è quasi del tutto impossibile per la insufficiente descrizione ; or siccome ho ritrovato un Echino- rinco di color ranciato, piuttosto c^ie dare un nuovo nome a questa specie, che differisce dalle altre finora conosciute, mi servo del nome del Risso per togliere così un inutile ingombro nella sistematica degli Acantocefali, giacché il carattere specifico che aveva colpito il Risso, concorda perfettamente con l'^. in parola. Non tengo perciò conto delle misure date da quest'ultimo dalle quali differiscono affatto quelle del- l'Echinorinco da me trovato. Qnesta specie vive circoscritta nell' ul- tima porzione dell'intestino della Solea impar (porzione rettale), netta- mente separata dal resto dell'intestino, a mezzo di una ripiegatura della mucosa intestinale che forma come una valvola; non ho potuto ritro- varla in altre parti del tubo digerente, in altri pesci. VE. auran- iiacus ha il corpo tutto grinze perchè si contrae molto facilmente, ma

(1) Risso. Hist. nat. de l'Europe merid. voi. V, pag. 2G1, Vers- int. n. 27.

(2) Diesing. Syìt. Helm. II, p. 5G.

27

non è striato: il suo colorito varia dal rosso rancia to a tutte le gra- dazioni del giallo di cromo; ne ho trovato sempre moltissimi individui dei due sessi attaccati per la proboscide alle pareti del retto. La sua lunghezza è di mill. 5-G noi maschio, 6-8 mill. nella femmina.

La proboscide è ristretta alla base, rigonfia all'apice a niò di clava; gli uncini sono disposti in 6-7 serie; quelli delle serie anteriori grossi a forma di falce e forti, quelli delle 3 ultime corti, brevi, e piccoli. Il collo è cortissimo. Il corpo ordinariamente è incurvato, anterior- mente alquanto rigonfio, ristretto posteriormente ed appena rigonfiato nella estremità caudale. La guaina della proboscide è piccola. Dai lati del collo partono due lemnisci che sorpassano di una metà la lunghezza della guaina della proboscide. Essi cominciano molto ristretti, poi grada- tamente si allargano e si fanno tubolari conservando lo stesso diame- tro per tutta la loro lunghezza. Gli organi sessuali maschili sono più facili a scorgersi per trasparenza che i femminili perchè il corpo delle femmine è sopraccarico di uova le quali impediscono di poterne discernere le parti. Nelle femmine essi sono molto piccoli e si Aprono' all'esterno a mezzo di un forametto rotondo circondato da una cerci- ne, situato, poco innanzi l'estremità del corpo, dietro ad una ripiegatura ad arco della pelle del corpo. Questo forame si continua in una corta vagina cui fa seguito un piccolo utero ed una campana uterina.

Nel maschio i testicoli discosti, l'uno dall'altro e non sovrapposti , sono situati verso la metà del corpo; dai testicoli si dipartono due lun- ghi e sottili spermadutti ; lungo il loro decorso non ho potuto scor- gere vescicole seminali. Le glandolo prostatiche molto allungate, oc- cupano poco meno della metà posteriore del corpo. La biirsa non è esertile. Le uova sono ovali allungate, piuttosto piccole.

Mi riserbo dare ulteriori notizie anatomiche ed istologiche, cosi di questa specie come dell' Echinorhynchus annulatus , in altra me- moria.

ECHIXORINCHI DEI RETTILI

a) Nel peritoneo di un Tropidonotus vipeìHnus ucciso nello scorso Luglio ho trovato un Echinoriiico molto differente dagli altri già conosciuti dei Rettili e che non si rassomiglia ad alcuna delle specie di Echinorhynchus finora descritte. La nuova specie che dedico al sig.

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Fis

Salvatore Lo BÌQnco,(E.Lobianchii)i^g.5) ha la proboscide subovata con 9-10 serie di uncina spessi e ricurvi, (fig.6) ed il collo corto e coni- co armato di 4 serie di uncini più piccoli, sottili e quasi dritti (fig. 7). Il corpo è allungato, fu- siforme un poco ristretto anteriormente, nel mezzo molto rigonfio, posteriormente molto ristretto; esso si mostra finamente striato per traverso. Tutti gli individui da me trovati di questa specie erano maschi e misuravano dai 3-4 mill. di lunghezza.

La forma della proboscide s'avvicina a quella dell'jE'. hepaticus Molin (1). È forse possibile che questo Echinorinco pervenga nel T. viperinits a mezzo delle Ranocchie di cui si ciba quest'Ofidiano e però sarà necessario far delle ricerche in proposito.

Fif?. 7

b) Nel Tropidonotus natrix cosi in un giovane individuo ucciso in Novembre, come in un adulto ucciso in Luglio, ho trovato lungo le pareti esterne del tubo digerente, moltissime cisti bianchiccie, piccole ed ovaia ri che misurano da 2-3 mill. Queste cisti contengono incap- sulata una larva di Echinorinco, con la proboscide invaginata e con l'estremità caudale del corpo ripiegata. Rompendo la cisti e legger- mente premendo fra due vetri V Echinorhijnchiis , ho potuto ricono- scerne la forma, e specialmente per la proboscide e per il gran numero di serie dei suoi uncini, nonché per l'aspetto generale del corpo, mi pare che esso possa riferirsi all'È*, inaequalis di Rudolphi (2) trovato nel ventricolo del Falco buteo.

Può quindi ben darsi che l'ospite intermedio di questa specie sia il Tropidonofus natrix, che, come molti serpenti lo sono da altri Fal- conidi, vien mangiato dal Falco buteo o da altri Falconidi, e nel tubo digerente di questi raggiunga il suo stato evoluto.

La cuticola come si può vedere su sezioni trasverse è spessa ; essa è finamente striata per traverso. Ho potuto osservare la pre- senza e la disposiziono degli organi genitali maschili; questi però mi paiono poco sviluppati, come accade negli Echinorinchi incistati ; ma non è possibile su ciò dir alcun che di certo, non potendo paragonarli a quelli dell'adulto che sono sconosciuti. Il Megnin afferma, per lo ri-

(1) Molili. Prodromus faunae helminth. venetae. Denk. k. Akad. Wien, XIX. pag. 2G2, Tab. YIII, fig. 2.

(2) Rudolphi. Eutoz. hist. Voi. II, pag. 201, Tab. IV, fig. 2.

2i)

cerche fatte sulla larva di Echinorinco del Varano del Deserto, che solo quando gli Echinornichi lasciano la cisti, appariscono i primi ac- cenni degli organi genitali. (1) Le mie ricerche invece confermano quanto ha osservato il Villot, nella larva incistata di E. clavaceps Zeder, il quale per lo contrario sostiene che gli Echinorinchi incapsu- lati hanno le diverse parti dell' apparecchio genitale già costituite e evidenti, e che questo fatto avvenga in tutte le larve di Echinorinchi « compris celle de l'Echinorhynque du Varan. » (3)

Divido pienamente le conclusioni del Villot tanto più che contro all'opinione del Megnin sta anche la stessa sua figura 1 della tav. VI che rappresenta appunto 1' E. del Varano. Se infatti si consideri dove l'A ha indicato con la lettera h qualche cosa che egli « est tenie de croire... la trace d'un vaisseu dorsal (!!!) », si potranno di leggieri ve- dere due rigonfiamenti i quali sono certamente i testicoli , che l' A. non ha riconosciuti, sospesi al ligamento che si è ripiegato su se stesso perchè la proboscide è invaginata.

Con queste due altre specie di Echinorinchi dei Tropidonoti il numero di essi finora conosciuti degli Ofidii si eleva a nove, tenendo conto delle 3 sp. indeterminate del Wedl (3) (larve?). Di essi solo pochi sono stati rinvenuti liberi nel peritoneo, gli altri sempre in- capsulati nel mesenterio o nelle pareti intestinali.

Son d'opinione che gli Echinorinchi degli Ofidii debbano conside- rarsi forme transitorie o larvali che raggiungono il loro completo sviluppo negli uccelli; sono indotto a questa conclusione dal fatto già notato dal Diesing per VE. oligacanthoides degli Ofidii, trovato nel- r intestino del Falco milvoides e hidentatus del Brasile , fatto che viene in appoggio della mia ipotesi per XE. inaequalis.

L'aver trovati Echinorinchi liberi nel peritoneo non parmi possa infirmare la mia opinione, perocché essi forse, pervenuti nella cavità peritoneale, non si erano ancora incapsulati.

In un lavoro che presenterò prossimamente a questa Società per illustrare alcuni parassiti dei rettili, mi riserbo di dare ulteriori no- tizie suir anatomia ed istologia di questi Echinorinchi.

Stazione Zoologica. Napoli, Febbraio 1887.

(1) Megnin. Org. d. Echin. op, cit. loc. oit. pag. 343.

(2) Villot. op. cifc. loc. cit. pag. 24

(3) Wedl. Zur Helminthenfauna Egyptens. Sitz. d. k. akad. Wieii XLIV, pag. 232-237, Tab. II, fig. 17-20, 21-24, 31-32.

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Sopra il cosi detto ganglio olfattivo dei cefalo- podi. — Comunicazione del socio ordinario residente Giuseppe Jatta.

(Tornata del 13 Marzo 1887;

Delle Ghiaie 1) per il primo descrisse e disegnò due tubercoli rotondi situati sopra i peduncoli ottici dei cefalopodi: attribuì a questi tubercoli natura glandolare e li chiamò glandole ottiche. Owen (2) e Van Beneden (3) ignorando le osservazioni del naturalista napoletano descrissero gli stessi tubercoli, il primo nella Seppia col nome di C07'- piùscoli sferici ed il secondo nell' Argonauta col nome di tubercoli ganglionari. Ma Delle Ghiaie (4) nella ristampa delle sue Memo- rie ecc. rivendicò la scoperta dei tubercoli ed aggiunse nuovi parti- colari sopra le variazioni di forma, che possono subire in alcune spe- cie. Hancock (5) accennò per il primo alla possibilità di considerare i rigonfiamenti situati sopra i peduncoli ottici come gangli olfattivi. Cheron , (6) Owsiannikow e Kovvalevsky (7) e Von Ihering (8) ac- cettarono questa opinione ed affermarono , che da quei tubercoli si- tuati sopra i peduncoli ottici si originano i nervi olfattivi.

Stieda (9) si limitò a notare la esistenza dei tubercoli, che chia- mò ganglia pedimculi, e Dietl (10) descrisse nell'Eledone i così detti gangli olfattivi senza pronunziarsi sopra la loro funzione.

(1) Delle Ghiaie. Mem. sulla storia e sulla notoinia degli ani- mali senza vertebre del regno di Napoli. 1829, IV, 154, t. LVI. (2; Owen R. Descr. of som. new. and rar. ceph. London 1836.

(3) Van Beneden Exerc. anatom. I, 13, Bruxelles, 1839.

(4) Delle Ghiaie. Descr. anat. degli anim. senza vertebr-e della Sicilia citeriore. I, G3. Napoli, 1841.

(5) Hancock. On the Nervous System of Ommastrephes todarus Ann. and Mag. of Nat. Hist, 2.^ Ser t. 10. 1852.

(6) Cheron J. Rech p. servir a l'hist. du syst. nerveux des Ce- phalopodes dibranchiaux. Ann. d. So. Nat. V ser. toni. V, 18G6.

(7) Owsiannikow und Kovvalevsky. Ueber das Centralnerven- system und das Gehororgan der Gephalopoden. Mera. Accad. imp. d. Selene, de St. Petersbourg, VII ser., tom. XI, 1867.

(8 Von Ihering H.— Vergleichende Anatomie des Nervensystemes und Phylogenie der Mollusken. Gap. XV, Leipzig 1877.

(!J) Stieda. Studien ueber deu Bau der Gephalopoden. Zeit. f. vviss. Zool. XXIV, 1874.

(10) Dietl. Untorsuchungen ueber die orgauisation des Gehirna

SI- LO Spengel (1) emise l'opinione, che in tutti i Molluschi l'organo •olfattivo fosse innervato dalla commissura viscerale o da un ganglio situato sul percorso di essa. Ma riconobbe, che a questa sua opinio- ne contradiceva la innervazione dell' organo olfattivo nei cefalopodi, quale era stata descritta dalla maggior parte degli autori; quindi per spiegare la vicinanza dei gangli olfattivi all'anello esofageo considerò i gangli viscerali dei cefalopodi come i rappresentanti della commis- sura viscerale degli altri molluschi. Perchè questa spiegazione po- tesse essere accettata, si sarebbe dovuto dimostrare, che i gangli ol- fattivi sono in relazione con i viscerali e non sono da numerarsi f 'a i cerebrali. Comunque sia è certo, che lo Spengel ritiene con la mag- gior parte degli autori, che i tubercoli descritti per la prima volta da Delle Ghiaie debbano considerarsi come gangli olfattivi.

Da quanto ho riferito risulta: che non è stata ancora chiaramente assodata la natura dei così detti gangli olf.ittivi.

In tutte le specie di cefalopodi da me studiate ho trovato sopra i peduncoli ottici i gangli olfattivi degli autori. Ordinariamente si pre- sentano come due tubercoli tondeggianti, divisi da una strozzatura più 0 meno profonda in due parti , di cui una è addossata al peduncolo ottico e l'altra è attaccata alla prima.

Questi tubercoli sono più rilevati negli Octopodi che nei Deca- podi , e nei primi è anche più distinta la divisione in due parti. La forma varia nelle diverse specie: le variazioni più notevoli sono le seguenti. ìiieWOctopus vulgaris e macropiis, come pure nel g. Ele- done, la strozzatura è abbastanza pronunziata , in modo che le due parti, in cui si divide il tubercolo, sono ben distinte e sembrano come se fossero congiunte da un tratto peduncolare. ÌSeWAt^gonanta Argo i tubercoli si trovano inseriti in vicinanza del ganglio ottico , sono molto più grossi che neW Octopus e divisi in due parti, un rigonfia- mento addossato al peduncolo ottico ed una piccola sfera attaccata per mezzo di un breve tratto peduncolare al detto rigonfiamento. Nel Philonexis catenulatus (nel quale si riscontra un sistema nervoso molto più semplice di quello degli altri Octopodi) il peduncolo ottico è lunghissimo e verso la metà della sua lunghezza si trova un grosso rigonfiamento, al quale per mezzo di un lungo e sottile peduncolo è attaccato un piccolo corpo sferico. Si ha quindi in questo caso la

wirbelloser Thiei-e. ,1. Cepbalopoden, Tethys). Sitzungsber. der Kei- serl. Akad. des Wiss. LXXVII, 1878.

(1) Spengel J. W. Die Geruchsorgane und das Nervensystem der MoUusken. Zeit. f. wiss. Zool. 1881.

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completa divisione delle due parti costituenti il tubercolo , le quali negli altri cefalopodi sono più o meno intimamente connesse fra

di loro.

Fra i Decapodi nell' Ora. todarus i tubercoli sono reniformi e grossi: la divisione in due parti non è apprezzabde dall'esame esterno. Le due parti costituenti il tubercolo hanno differente struttura: la parte addossata al peduncolo ottico è un ganglio nervoso: l'altra parte attaccata alla precedente ed a questa più o meno aderente è formata di tessuto connettivo.

Il tessuto connettivo, che forma quest'ultima parte del tubercoli presenta una variazione di struttura. Nel Ph. catenulatus è un tes- suto ricco di cellule , fra le quali se ne notano alcune molto grosse e che hanno l'apparenza di cellule nervose: in tutti gli altri cefalo- podi esaminati {Octopus, Sepia, Loligo) invece si riscontra un tes- suto ricchissimo di fibre e fra le cellule non se ne notano di appa- renza speciale.

La struttura della parte ganglionare del tubercolo è simile a quella degli altri gangli nervosi dei cefalopodi. Vi si riscontra una parte midollare ed una parte corticale: la prima è formata di fibre, la seconda di cellule. Le cellule nervose sono di doppia natura: cel- lule con prolungamenti e cellule senza prolungamenti. Le cellule con prolungamenti sono variabili per forma, dipendendo questa principal- mente dal numero dei prolungamenti stessi: hanno un grosso nucleo e più nucleoli: sono ricche di protoplasma: mancano di membrana. Le cellule senza prolungamenti sono rotonde e molto più piccole delle precedenti: hanno un nucleo molto grosso ed una scarsissima quantità di protoplasma: mancano anch'esse di membrana. Queste cellule sono state descritte da qualche autore come nuclei, infatti osservate con piccoli ingrandimenti in preparazioni non perfette hanno l'apparenza di nuclei, ma con mediocri ingrandimenti ed opportuni reattivi si ri- conosce facilmente la loro natura cellulare. Una fìtta rete fibrosa forma la sostanza midollare, la quale si presenta come una massa di sostanza punteggiata. Questa apparenza è dovuta alla sovrapposizione di molti strati reticolati , che nelle sezioni molto sottili chiaramente si manifestano.

Nella sostanza midollare pervengono alcune fibre nervose, che insieme con quelle del peduncolo ottico partono dai gangli cerebrali. Dalla stessa sostanza midollare partono diversi fasci di fibre ner- vose, di cui alcuni i»enetrano direttamente nel ganglio ottico, altri si confondono con le fibre del peduncolo ed insieme con queste raggiun- gono lo stesso ganglio.

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Da queste osservazioni si può concliiudere:

I. I gangli olfattivi degli autori constano di un vero ganglio ner- voso e di un ammasso di tessuto connettivo.

II. Il ganglio va compreso fra i gangli cerebrali, ai quali è con- giunto per mezzo di fibre nervose..

III. Il ganglio deve considerarsi come accessorio del nervo e ganglio ottico, infatti delle fibre, che da esso si originano, alcune pe- netrano direttamente nel ganglio ottico ed altre vanno a confondersi con quelle del peduncolo.

IV. L' ammasso di tessuto connettivo , che nei cefalopodi con un sistema nervoso piìi evoluto si seuiplifica nella struttura e tende a confondersi col ganglio cui aderisce, potrebbe forse considerarsi co- me il rappresentante di un ganglio nervoso, che è potuto scomparire in seguito a mancata funzione.

Napoli, Stazione zoologica, Marzo 1887.

Intorno alla cariocinesi delle cellnle germinali del testicolo. Comunicazione del socio ordinario re- sidente Francesco Sanfelice.

(Tornata del 26 Marzo 1887)

Henle ammette nel canalino spermatico due specie di cellule: le une più grandi con corpo cellulare allungato, con nucleo grande, ro- tondo e chiari nucleoli , le altre piii piccole , che egli distingue col nome di cellule seminali. Di queste alcune sono di una data grandez- za, granulose, con doppio nucleo centrale , ed altre di grandezza va- riabile, di forma appiattita, con superficie granulosa , con nucleo ec- centrico e che è da considerare come il primo stadio di sviluppo della testa dello spermatozoo.

Kòlliker e Schweigger-Seidel riconoscono nel canalino sperma- tico la presenza delle cellule di due specie descritte sopra.

Letzerich distingue due forme di cellule seminali : le une po- liedriche e arrotondate , che giacciono sulla membrana propria , con protoplasma chiaro , finamente granuloso ed un nucleo ugualmente granuloso, splendente e poi verso lo interno uno o due strati di grandi cellide anastomizzate fra di loro, con membrana chiara, protoplasma granuloso e nucleo grande.

Ebner osservò che lo strato parietale dei canalini spermatici, già-

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cente presso alla tu]iica propria, si compone di due specie diverse di cellule, clie si distinguoi.o per la forma dei loro nuclei. Glie mentre gli uni sono rotondi o ellittici, fortemente contornati, con chiari nu- cleoli , i nuclei delle altre sono più oscuri , grossolanamente granu- losi e sono intromessi nelle lacune della rete cellulare fatta dalla prima specie di cellule. Alla rete formata dalle prime cellule Ebner il nome di « rete germinale » Keimnetz).

Ptivolta descrive alcune cellule situate alla superficie interna della tunica propria, che mandano prolungamenti verso lo interno. E;^di ri- tiene queste celluUe come cellule madri. Descrive inoltre tre ordini di elementi S'^minali nello interno del canalino. Il primo o periferico è formato da cellule madri, che corrispondono alle cellule descritte dopo da Sertoli, e mandano prolungamenti nello interno del canalino. Il secondo è formato da cellule figlie, che provengono dalla divisio- ne delle prime. Il terzo è formato dalle cisti seminali , che proven- gono dal secondo per formazione endogena.

Blumberg è della opinione di Ebner.

Xeumann non è di accordo con Ebner, in quanto che egli consi- dera gli spermatoblasti non come prolungamenti della rete germinale, ma come parti delle cellule epiteliali dei canalini seminali.

Mihalkovics ritiene il sistema di sostegno diverso dagli sperma- toblasti e quanto al primo crede, che sia prodotto artificiale per la coagulazione della sostanza interstiziale. Nel medesimo modo spiega la rete germinale di Ebner.

Klas è di accordo con Ebner e Neumann in quanto che ammette lo spermatoblasto dascritto da Ebner , ma sostiene che il prolunga- mento, che manda verso lo interno, appartiene alla cellula epiteliale del canalino, come ha dimostrato Neumann,

Toldt invece ritiene, che il piede degli spermatoblasti forma una parte della rete germinale.

Sertoli in un suo lavoro distingue nello interno del canalino sper- matico quattro diverse specie di cellule: cellule germinative, cellule seminali, nematohlasti, cellule ramificate. Le prime formano uno strato semplice (strato germinativo); sono cellule rotonde con scarso proto- plasma con nucleo o nucleoli. In un altro lavoro descrive la tunica l)ropria, in accordo con Ebner e Mihalkovics, come composta di cellule piatlf! poliedriche e nelle lacune rimasto libere da queste si presen- tano speciali elementi.

Il contenuto del canalino spermatico è formato da due cellule. Alcune hanno significalo di cellule glandolari e sono distinte dall'au- tore col nome di cellule fisso , ^mentre le altre, che si trasformano ronlinuamente , riguai-dano la formazione degli spermatozoi. Le cel-

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lille fisse sono quello, che prima Sertoli descrisse come cellule rami- ficate. Esse formano secondo lui l'epitelio del canalino e presentano una forma conico-cilindrica e sono disposte in modo radiale di guisa che la estremità grande giace alla periferia, la sottile verso il lume. I prolungamenti delle cellule fisse si mostrano dentati e determinano piccoli spazi, la cui grandezza dipende dalle formazioni, che vi si tro- vano. Le altre cellule, che si trasformano, le chiama cellule mobili.

Queste giacciono alla periferia tra le prime e rappresentano le fasi più importanti e costituiscono lo stratum germinativum. Questo corrisponde alle cellule, che Ebner descrive come formazioni roton- de, con nucleo granuloso, messe nelle lacune della rete germinale, che corrisponde alle cellule fìsse descritte da Sertoli.

Merkel sostiene che le cellule fisse descritte da Sertoli e che sono tra di loro anastomizzate, servano come apparato di sostegno e perù le chiama cellule di sostegno.

Ritiene inoltre che queste cellule mandano prolungamenti verso lo interno tra le cellule rotonde.

Afanasiew non è della opinione di Merkel; nega i prolungamenti di queste cellule e ritiene che sono da paragonare con le cellule stel- late di altri organi glandolare Fa dare da Sertoli il nome di germi- nali a queste cellule, mentre Sertoli le chiama ffsse. Afanasiew le ha osservate nel cavallo, cane, gatto. Le descrive come provvedute di tre fino a sei prolungamenti. Nel centro vi è un nucleo con nu- cleoli splendenti. Hanno carattere lamelloso. Inclina a considerarle più di natura counettivale, che epiteliale. Alla unione di queste cel- lule dà il nome di tunica propria reticolata.

St- George La Yalette distingue nel canalino spermatico le cel- lule grandi, che chiama « ursameazellen » dalle piccole « follikelzel- len » cellule follicolari. Le ursamenzellen le chiama anche spermato- gonie. Amendue queste specie formano « Keimlager. »

Questi sono i lavori comparsi fino all'anno 1878. Alla fine di que- sto anno Flemming pubblica il lavoro sulla cariocinesi ed apre nuovi campi alle ricerche istologiche. Egli stesso comincia dal descrivere la cariocinesi nel testicolo di Salamandra. Per ciò che riguarda lo sviluppo degli spermatozoi è della opinione di La Valette. Descrive cel- lule polinucleate, che evidentemente corrispondono alle sperraatogonie di La Valette.

Wiederperg osserva che le cellule parietali hanno il nucleo gra- nuloso e si colorano intensamente. Descrive il modo di divisione di queste cellule, ma non sembra che per queste intenda parlare delle cellule di sostegno.

Biondi osserva che nei canalini spermatici di tutti gli animali da

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lui osservali maturi o non maturi si presenta una specie di cellule e- che lo cellule epiteliali di Sertoli, le cellule di sostegno di Merkel ed Henle, gli Spermatoblasti di Ebner sono prodotti di trasformazione ed hanno origine dai resti protoplasmatici delle cellule rotonde, subito che queste hanno prodotto i filamenti spermatici. Distingue gliele^ menti in tre zone: la prima contiene una cellula (stipite), la seconda- due 0 tre (cellule madri), la terza quattro a sei (cellule figlie). Forse colnome di cellule stipiti ha inteso parlare delle cellule di sostegno, quantunque non alcun carattere per poterle distinguere. Ciò reca meraviglia in quanto che egli ha adoperato il liquido di Flemming,. che avrebbe dovuto fargli vedere la cariocinesi di queste cellule.

Benda ammette la esistenza degli spermatoblasti di Ebner in tutti i mammiferi in cui ha fatto ricerca (cavia, cane, coniglio). La cellula di sostegno mostra un grande nucleo in riposo. Intorno ai caratteri di queste cellule non è di accordo con Merkel e Sertoli ed è invece della opinione di liiondi. I prolungamenti secondo lui s'irradiano tra le cel- lule figlie e sono molto sottili.

Sertoli alla fine del passato anno ha pubblicato una nota senza figure negli archivi italiani di Biologia. Ha osservato che la molti- plicazione delle cellule nei canalini seminiferi durante il periodo di secrezione dello sperma si eff'ettua per cariocinesi. Pure non tutte le cellule, che formano il contenuto del canalino sono soggette a questo processo, ma solamente quelle, che si riproducono continuamente per la formazione di spermatozoi. Nelle cellule fisse, che formano l'epi- telio cilindrico dei, tubi e che l'autore ha descritto col nomo di cel- lule ramificate, non si osserva il più piccolo indizio di cariocinesi,, qualunque sia il punto del canalino, che si esamina e qualunque sia il periodo di sviluppo degli spermatozoi aventi rapporti con le cel- lule. Il gran nucleo, che si trova nella estremità periferica di queste cellule particolari si presenta sempre chiaro senza tracce di reticolo o di granulazioni ed è limitato per un contorno distinto e provveduto di un unico e grosso granulo, che si colora con la saffranina.

Da tutto ciò, che ho esposto intorno alla letteratura di queste cellule si può dedurre che sono sempre gli stessi elementi quelli de- scritti dagli autori col nome di cellule di sostegno, cellule madri, cel- lule fisso o epiteliali, cellule ramificate , cellule stipili , rete germi- nalo , tunica propria reticolata. Inoltre alcuni hanno descritto come corpo cellulare di questi elementi quella sostanza protoplasmatisa, che li circonda e che si confondo con quella degli elementi vicini e però si spiega com(5 al)biano descritto pei proUmgamenti ciò, che solamente ora olfetto della coagulazione del liquido protoplasmatico dovuta al reattivo (alcool o liquido di Miiller) usato por fissare i pezzi, opinione

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già sostenuta da Milialkovics. Mei'kel insieme con Afanasiew ritiene quoste celUile per connettivali, Sertoli, come epiteliali, non ammetten- do però la loro partecipazione alla formazione degli spermatozoi, Ebner insieme con Rivolta come epiteliali, ma destinate alla formazione degli spermatozoi. Quanto alla cariocinesi nessuno descrive figiira nel nucleo di queste cellule ed anzi Sertoli asserisce che presenta in tutto il ca- rdttero di riposo più assoluto.

METODO DI RICERCA

Come liquidi fissatori si possono usare tutte quelle sostanze, che coagulano rapidamente gli albuminoidi. Ho cominciato dallo usare il liquido di Flemraing (miscuglio cromo-osmio-acetico), da lui tanto rac- comandato per le fasi cariocinetiche.

A dire il vero ne ho avuto risultati poco soddisfacenti. L'acido acetico fi impregnare i pezzi così fortemente di acido cromico, che neppui'e tenendoli immersi per più ore in un recipiente con acqua, che si rinnova sempre, perdono la colorazione verdastra. Oltre a ciò Tacido cromico impedisce che i tagli prendano bene le sostanze colo- ranti. Prendono male il carminio e la ematossilina ; meno male i co- loi'i di anihna, ma questi pres3nt:ino il grave inconveniente che dopo qualche mese perdono mollo di nettezza. Come liquido lissatore mi- gliore risultato il sublimato coi-rusivo , che uso nel seguente modo: conservo una soluzione satura a freddo. Nel momento che mi bisogna, vi aggiungo un ugual volume di acqua distillata e vi metto il pez- zetto di testicolo. Poi aggiungo goccia a goccia altrettanto del volu- me primitivo di soluzione satura a freddo. Dopo 7 a 15 minuti tolgo il pezzo e lo metto in alcool a 80. Operando in questo modo, si ha il vantaggio di evitare una coagulazione molto rapida, la quale ha per effetto la rottura dei filamenti cromatici, cosa, che spesso mi è acca- duta, quando ho adoperato una soluzione troppo carica di sublimato. L'acqua riscaldata ad 80' anche buoni risultati, come pure il clo- ruio di zinco e l'alcool assoluto, quantunque questo raggi'inza un poco i nuclei. Il liquido di MùUer, che altera tutte le altre fasi cariocine- tiche, conserva la cariocinesi delle cellule germinali. Nella fig. 4 ho disegnato una cellula germinale, che mostra non alterato il fuso e le masse cromatiche ai onta che sia rimasta per 14 giorni nel liquido di Miiller.

Come liquidi coloranti ho usato da principio il violetto di gen- ziana preparato con la formola di Weigert, la saffranina nel modo consigliato da Flemming , il violetto di genziana ed acido cromico , come propone Bizzozzero per le figure cariocinetiche, la ematossilina

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ed il cromato neutro di potassa secondo il metodo bi Heidenhain e secondo quello di Benda, esposto nella sua ultima comunicazione fatta alla Società Fisiologica di Berlino. Tutti questi metodi non mi hanno permesso di poter vedere bene le fasi canocinetiche ad immersione. I migliori risultati li ho avuti dal metodo se.i^-uente: dopo avere iso- lato un canalino spermatico, già fissato, con la lente grande dell'appa- recchio a dissociazione Mayer, cosa molto facile per alcuni canalini (topo-riccio), meno facile per quelli, che sono circondati da connetti- vo più ricco (cavia , coniglio) lo immergo in poche gocce di una so- luzione di ematossilina di Bóhmer o di Friedlànder. Dopo cinque a dieci minuti lo passo in alcool acidificato con acido acetico, poi in al- cool assoluto, poi in creosoto per due a tre minuti, poi in benzina per liberarlo dal creosoto, che a lungo porterebbe danno alla ematossilina e poi lo metto in una goccia di balsamo sul porta-oggetti. Poi lo dis- socio con gli aghi, cosa, che riesce molto facile essendo il balsamo un mezzo denso. Dopo aver dissociato, copro con un vetrino, avendo cura di non esercitare pressione, altrimenti gli elementi isolati uscirebbero fuori i bordi del vetrino. Di estate la goccia di balsamo si spande da ed arrivata ai bordi si arresta. D'inverno è utile passare il porta oggetti al di sopra di una fiamma. Con questo metodo si è sicuri di avere sott'occhio solamente la tunica propria con gli elementi del ca- nalino spermatico. Inoltre riesce spesso di potei'e aprire il canalino ed avere dei lembi di parete costituiti dalla sola tunica propria con gli elementi parietali a questa aderenti , mentre gli spermatozoi con le altre cellule centrali sono bene isolati. Qualche volta si vede la sola tunica propria, che si riconosce dai suoi nuclei pallidi con picco- lissimi granuli di sostanza cromatica. Invece di fare la colorazione sul canalino isolato si possono colorire ancora uniti tra di loro più cana- lini e dopo averli tenuti in alcool assoluto si possono dissociare nel modo, che ho detto innanzi. Ciò riesce utile, quando i canalini sono molto piccoli. Oltre della dissociazione ho anche fatto tagli in seri& col microtomo.

OSSER\'AZIO\I

Osservando con la lento C di Zeiss un pezzo di parete di canalino spermatico di topo, ottenuto con la dissociazione, si vedranno due spe- cie di elementi : alcuni in maggior numero più o meno rotondi, con punti di sostanza cromatica, altri in minor numero, alquanto più gran- di, nettamente limitali, colorati uniformemente e nel centro, alcuni di questi mostrano due punti fortemente colorati riuniti da sostanza acro- matica disposta a fuso , altri mostrano un punto fortemente colorata

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ed un poco di sostanza acromatica. Abbassando la vite micronielrica, si vedranno facilmente i nuclei della tunica propria, sbiaditi e di for- ma alquanto irregolare. Le due specie di elementi innanzi descritte sono comprese in una massa protopiasmatica uniforme , che riempie gli spazi interstiziali, che non si colora punto e che si riconosce, per- chè rifrange la luce Gli elementi più piccoli, granulosi ed in mag- gior numero sono i nuclei degli spermatoblasti parietali , che quasi sempre mostrano la fase di riposo, gli altri più grandi sono quelli de- scritti dagli autori con diversi nomi (cellule epiteliali o fisse di Ser- toli, rete germinole di Ebner ctc.j— Fig. I Osservando a lente ad im- mersione gli elementi più grandi si vedranno costituiti da una massa quasi omogenea con granidi minutissimi e nel centro per lo più mo- strano una figura cariocinetica nettissima, che si compone di due masse cromatiche unite tra di loro da un fuso di SDstanza acromatica. L3 due masse mostrano nel centro un punto non colorato , che è ì' im- pianto del fuso.

Dalla descrizione che i diversi autori hanno dato di questi ele- menti apparisce chiaro che la maggior parte essi li hanno conside- rati come nuclei. Cosi per esem[)io il Sertoli nella sua ultima nota sulla cariocinesi nella spermatogeresi pubblicata alla fine del passato anno scrive:

Nelle cellule fìsse, che formano 1' epitelio cilindrico dei tubi da me distinte col nomo di cellule ramificata', non si osserva il più pic- colo indizio di cariocinesi, qualunque sia il putito del canalino, che si esamina e qualunque sia il periodo di sviluppo degli spermatozoi. Il gran nucleo, che si trova nella estremità perifenca di queste cellule particolari si presenta sempre chiaro senza tracce di reticolo o di granulazioni, limitato per un contorno distinto e provveduto di un unici) e grosso granulo. » In verità dopo che ho osservato il fuso con le due masse cromatiche, in luogo del grosso granulo, non posso essere di accordo con gli autori nel considerare questi elementi come nuclei e però li considero come cellule, il cui nude), formato di sostanza cromatica ed acromatica, presenta la fase cariocinetica descritta. Ho osservato queste cellule in molti vertebrati e quantunque si mostrano diverse per grandezza e per forma, pure costantemente in tutti mo- strano le medesime fasi cariocinetiche.

Comincio la descrizione da quelle del topo. Più comunemente si vede la fase ora descritta che è l'inizio della divisione cellulare. Le masse cromatiche sono grandi abbastanza, il fuso non lascia vedere una struttura a filamenti, nel centro mostra granuli di sostanza cromatica. Si colora in modo omogeneo, ma in grado molto minore delle due masse cromatiche. I caratteri di questa fase cariocinetica

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negli alti'i animali sono : Cavia « masse cromatiche bene svilnppate con punto chiaro nel mezzo -fuso più grande relativamente a quello del topo.

Talpa masse cromatiche piccole senza punto chiaro nel mez- zo—la sostanza acromatica è perfettamente sferica.

Topo bianco masse cromatiche piccolissime , quasi puntiformi: sostanza acromatica perfettamente sferica e , relativamente alle due masse cromatiche, abbastanza sviUippata.

Cane— masse cromatiche piccole— sostanza acromatica allungata in forma di fuso.

Mus decumanus— misse cromatiche piccole senza punto chiaro, come nella talpa, topo bianco e cane— sostanza acromatica disposta a fuso.

Verdone— masse cromatiche piccole senza punto chiaro— sostanza acromatica disposta a fuso.

Questa fase non può certamente considerarsi come fase di riposo del nucleo , che già è avvenuta la differenziazione delle masse cro- matiche e di quella acromatica. Per fase di riposo io piuttosto ritengo quella in cui la massa cromatica appare l'iunita nel centro della cel- lula, contornata da un alone di sostanza acromatica, Questa fase in vero non s'incontra molto frequentemente e solo nella cavia l'ho ve- duta qualche volta. Non corrisponde alla fase di riposo del nucleo descritta da Flemming , il quale ammette che il nucleo in inposo sia costituito da filamenti e punti nodali. (Kernnetz e Netzknoten). Il non trovare frequentemente questa fase di riposo nelle cellule germinali indica il grande potere riproduttivo, di cui sono dotate. Alla forma- zione del fuso ed alla differenziazione della sostanza cromatica segue il distacco delle due masse cromatiche dal fuso, (Fig. 8) le quali non mostrano più il punto chiaro nel centro, ciò, che dimostra evidente- mente che quello era dovuto al punto di attacco del fuso. Questo punto chiaro fa pensare ad una grande forza di attrazione, che esercita la sostanza acromatica sulla cromatica , che non si può spiegare altri- menti, se non considerando le duo masse cromatiche come discoidali; il loro centro è aderente al fuso e però ivi è nulla la sostanza cro- matica , la quale è riunita alla i)eriferia, formando un cercine. Le masse cnmiatiche continuano ad allontanarsi dal fuso tino quasi a rag- giungere il limite del corpo cellulare. (Fig. 9). Distaccate le masse cromatiche per l'attrazione, che esercitano sul fuso, questo inco- mincia a mostrare un solco, (Fig., 10), che si approfonda sempre più, dando la figura di un otto in cifra— tino alla completa divisione. Ora le masse cromatiche continuano ad esercitare attrazione ciascuna su ciascuna metà del fuso. (Fjg. 11) Nello stesso tempo comincia l'ac- cenno del solco nel corpo cellulare, solco, che si approfonda tra le

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due metà delle masse acromaticho, che si allontanano. Finalmente i due mezzi fusi si uniscono alle masse cromatiche, (Fig. 12) le quali mostrano di nuovo i punti chiari. Questo avviene secondo la regola. Qualche volta ho veduto una cellula ancora senza accenno di solco, mentre già conteneva nel suo interno i due mezzi fusi con le due masso cromatiche. (Fig. 12). Avvenuta la divisione del corpo cellulare si vedono due cellule l'una accanto all' altra e ciascuna contiene una massa cromatica con un mezzo fuso (Fig. 13). Non posso affermare con certezza, se questo mezzo fuso con la sua massa cromatica pre- senta in seguito la fase di riposo ovvero ritorna a presentare il fuso con due masse cromatiche. Non ho potuto ancora ciò osservare, ma dal fatto che si trovano in molto maggior numero le cellule, che mo- strano il fuso con due masse cromatiche, anzi che quelle con nucleo in fase di riposo innanzi descritta , sono inclinato a credere che la massa cromatica col mezzo fuso ritorni a presentare il fuso con le due masse cromatiche, senza passare \)ev la fase di riposo. Un fatto, che rimane senza spiegazione, è che spesso nella cellula germinale di topo hianco e di altri animali (Fig. lo, 19, 21) oltre alle masse cro- matiche unite al fuso, se ne vedono altre (2 a 3), sparse nel corpo cellulare.

Dalla descrizione, che ho data di questa divisione cellulare, che per non creare nomi chiamerò anche cariocinesi, nome , che signifi- cando movimento del nucleo , si adatta bene a qualunque divisione cellulare in cui prende parte attiva il nucleo , si vede come si al- lontana dalla cariocinesi descritta da Flemming. Infatti non vi è nulla, che ricorda la fase gomitolare , la fase a stella, l'acquatorial- platte. Somiglia solo un poco alla cariocinesi descritta da Stras- burger nelle cellule di alcune piante e da Trinchese nelle uova, seb- bene in queste il fuso ha nel centro la piastra equatoriale , cosa, che manca del iutto nel fuso delle cellule germinali. Inoltre la prima divisione avviene nei granuli della piastra equatoriale , mentre nelle cellule germinali la divisione del fuso avviene per attrazione delle masse cromatiche già distaccate dal fuso. Manca pure qualunque di- sposizione dei granuli del corpo cellulare intorno ai poli del fuso, in modo da costituire l' anfiastro. È dunque la cariocinesi delle cellule germinali distinta da quella finora descritta. Le leggi , che la rego- lano, sono le seguenti: La sostanza acromatica si dispone in forma di fuso 0 sfera, la sostanza cromatica si raccoglie ai due poli del fuso 0 della sfera. 2" Le due masse cromatiche si distaccano dalla so- stanza acromatica. .3" La sostanza acromatica si divide. 4." Le masse cromatiche esercitano attrazione sulle due metà della sostanza acro-

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inatica. 5." Unione delle due metà della sostanza acromatica alle due masse cromatiche. 6.° Divisione del corpo cellulare.

Le cellule germinali prendono parte alla formazione degli sper- matozoi indirettamente in quanto che sono esse, che danno origine agli spermatoblasti. Ritornerò su questa quistione quando descriverò la ri- generazione parziale del testicolo. Per ora dico solamente, che esse si trovano più numerose sempre che il lume del canalino spermatico è vuoto di spermatoblasti, e mi è riuscito spesso, dissociando un pezzo di testicolo di topo bianco, trovare qualche canalino interamente vuoto, che, esaminato al microscopio, mi si è presentato come l'ho disegnato nella Fig. 2. La tunica propria è quasi del tutto coperta dalle cellule germinali, i cui' nuclei mostrano varie fasi cariociueticlie. Con quale nome bisognerà chiamare queste cellule? Io preferisco il nome di cel- lule germinali, già adoperato da Ebner , perchè indica la loro parte- cipazione alla formazione degli spermatozoi. Questo nome non è da confondersi con quello di « stratum germinativum » dato da Sertoli allo insieme degli spermatoblasti.

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44

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III. Sulla cariocinesi nella Spermatogenesi.

Sento il dovere di ringraziare il prof. Maver per la cortesia usa- tami di avermi permesso di riscontrare le notizie nella biblioteca della stazione zoologica.

Ringrazio anche il Prof. SchWin per avermi permesso gentilmente di lavorare con la lente ad immersione del Gabinetto.

SPIEGAZIONE DELLE FIGURE

Le figure 1 e 2 sono state disegnato con la camera lucida Abbe.

Oc. 3. Obb. G. Zeiss Lunghezza del tubo=17 mm —Distanza dallo

specchio = 32 cent. Tutte le altre sono state disegnate con oc. 3

Obb. y,. ad immersione, Zeiss— Lunghezza del tubo 17 mm. -Distanza

dallo specchio=31— 32 cent.

Fig. 1 Parete— canalino spermatico Mus musculus— Inuclei della tunica propria non sono stali disegnati— Si vedono le cel- lule germinali e gli spermatoblasti parietali in fase di riposo.

Fig. 2 Parete-canalino spermatico— Topo bianco— Cellule germi- nali e nuclei della tunica propria.

Fig. 3 Cellula germinale— Mus musculus— Masse cromatiche unite al fuso.

Fig. l Idem fissata con liquido di Miiller.

Fig. 5 Idem fissata con sublimato— Massa cromatica con mezzo fuso.

Fig. 0 Cellula germinale— Topo Una delle masse cromatiche è dislaccata dal fuso.

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Fig. 7 Cavia— Fuso con masso cromatiche.

Fig. 8 Idem— Masso cromatiche distaccate dal fuso.

Fig. 9 Id. Solco nel fuso.

Fig. 10 Id. Strozzamento del fuso più inoltrato.

Fig. 11 Id. Il fuso è già diviso.

Fig. 12 Id. Mezzi fusi uniti allo masse cromatiche.

Fig. 13 Id. Divisione del corpo cellulare.

Fig. 22 Id. Masse cromatiche piccole.

Fig. 14 Cellula germinale— Talpa europaea.

Fig. 15 Cellula germinale— Topo hianco -Una massa cromatica unita alla sostanza acromatica. Altre distanti.

Fig. 16 Id. masse cromatiche unite alla sostanza acromatica-

Fig. 17 Cellula germinale— Cane.

Fig. 18 Cellula germinale Mus decumanus.

Fig. 19 Id. Masse cromatidio distanti dal fuso.

P'ig. 20 CeUula germinale. Verdone— Masse cromatiche unite al fuso.

Fig, 21 Id. Fuso con masse cromatiche Altre due masse croma- tiche a distanza.

Gabinetto di Anatomia Patologica della Università di Napoli.

Sopra due varietà di calcari maonesiferi del Som- ma. — Nota del socio ordinario non residente Ei glmo Casoria.

(Tornata del di ^T ^larzo 1887)

Nella zona di terreno coverto della lava del 1(331 ho potuto os- servare che lo strato di terra, a 15 metri di profondità è costituito da conglomerato vulcanico misto a calcare magnesifero.

QuesoO conglomerato si presenta disseminato di pomici in istato di alterazione molto avvanzata, con frammenti di lava e cristalli di pirosseno, a cui si aggiunge qualche aghetto di anfibolo e scaglie di mica.

Dei calcari magnesiferi inclusi nel suddetto conglomenato ne ha rinvenuto due varietà la prima si presenta amorfa, a reazione netta- mente alcalina , e tenera al punto di riuscire scrivente ; la seconda pi'esenta tessitura cristallina e debolissima reazione alcalina.

Riporto i risultati quantitativi riforiti a 100 p. di ciascun calcare- analizzato :

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I. Calcare magnesi fero amorfo.

Anidride silicica Grm. 11,145 )) carbonica » 31,708 Ossido ferrico » 0,245 » di calcio » 36,915 » magnesio » 11,232 Acqua eliminata a 100" » 3,533 » combinata (per diffe- renza) » 5,162

100,000

II. Calcare magnesifero cristallino

Residuo insolubile GIH— Grm. 0,370 Ossido ferrico » 0,266 » di calcio » 31,553 » magnesio » 20,803 Anidride carbonica » 45,267 Acqua e materie non de- terminate » 1,735

100,000

Dai dati sopra esposti si ricava ;

1. Che nel calcare amorfo la quantità di anidride carbonica è inferiore alla equivalente quantità di ossido di calcio e di magnesio per costituire i corrispondenti carbonati.

Per conseguenza, restando pienamente dimostrato la reazione al- calina, il calcare in esame, conterrebbe del carbonato di calcio e di magnesio con eccesso di base.

Questo eccesso di base potrebbe essere rappresentato da quantità variabili di ossido di magnesio idrato.

2. Nel calcare cristallino, si osserva invece, che la quantità di anidride carbonica è di poco inferiore alla quantità equivalente di calce, e di magnesia per costituire i corrispondenti carbonati.

La composizione chimica dei suddetti calcari differisce da quelli già analizzati dal Cossa, dal Damour e dal Roth (Vedi Roth. All- gemeine und Chemische Geologie— Berlin).

Laboratorio di Chimica Generale della R. Scuola Sup. d^ Agri- coltura in Portici, (lennain 1887.

47

Sulla composizione chimica e sulla mineralizza- zione delle acque vesuviane. Nota riassiuilivii del socio ordinario non resideiile Eugenio Casoria.

(Turnata del d'i ^T Marzo 1887)

Neil' accingermi allo studio delle acque della regione vesuviana, il mio precipuo scopo fu quello di vedere qual relazione vi fosso fra le sostanze in esse contenute e la costituzione mineralogica delle rocco attraverso le quali le dette acque s'infiltrano.

Parrebbe infatti, tenendo conto della composizione chimica dei terreni della regione vesuviana, che queste acque sorgenti dovessero allontanarsi dal tipo ordinario, sia per la qualità, sia per la propor- zione relativa delle sostanze in esse disciolte.

Le acque analizzate rorgono nella zona di terreno coverto dalla lava del iG3i compresa fra il parco Gussone e la spiaggia del Gra- natello.

Tutte queste acque si presentano limpide, ed a reazione alcali- na; conservate lungo tempo in vaso di vetro non lasciano depositare alcun sedimento.

Non manifestano odore sapore sensibile; quelle a residuo sa- lino elevato, compreso fra 0,9000 ed 1,7400, sono al gusto salmastre.

Sottoposte esse acque alla prolungata ebollizione , svolgono del- l'anidride carbonica, mentre si precipita del carbonato di calcio e di magnesio.

Evaporate a secco e ripreso il residuo con acqua, si separano i carbonati di calcio e di magnesio misti a silice, ed il liquido di li- scivio separato per filtrazione, non presenta alcuna reazione alcalina. La temperatura è compresa fra 13" a 15'*

Dai dati dell'analisi quantitativa si ricava che 1 litro di ciascun acqua analizzata contiene :

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Dal quadro comparativo si rileva che tutte queste acque conten- gono una dose di potassa che prepondera sopra le altre basi.

I residui salini oscillano fra grammi 0,4200 ed 1,7400.

La quantità di anidride carbonica totale è quasi costante.

La calce e la magnesia cresce col crescere della quantità di cloro e di alcali.

Intanto studiandomi di determinare i probabili aggruppamenti sa- lini degli elementi che l'analisi aveva svelati, mi accorsi che la quan- tità delle basi non era corrispondente a quella degli elementi acidi- ficanti, notandosi un sensibile eccesso delle prime rispetto ai secondi.

E per conseguenza, anche la quantità di anidride carbonica, ag- giunta alla somma degli acidi (CI, SO^) risultava inferiore alla quan- tità di anidride carbonica necessaria per trasformare in bicarbonati le basi non salificate.

Da questi confronti si ricava che la quantità di anidride car- bonica totale salifica una quota minima di alcali, la calce e la ma- gnesia sotto forma di carbonati neutri (CO-'M-)

Tutti questi fatti sembrano indicare che la calce e la magnesia trovansi disciolte in virtù dei sali alcalini preesistenti, e non per l'ec- cesso di anidride carbonica.

Le esperienze relative alla solubilità dei carbonati di calcio e di magnesio (precipitati) e del calcare magnesifero nelle soluzioni dei sali alcalini, confermano pienamente quello che s'intravvede dal sem- plice confronto della neutralità salina.

Infatti le acque traversando gli strati di lava trasportano una gran dose di sali alcalini, che tolgono alle lave, e che venendo in contatto del calcare magnesifero, che trovasi mescolato al conglome- rato vulcanico, sciolgono del carbonato di calcio e di magnesio.

Ci sembra di poter concludere, che nelle acque analizzate la calce e la magnesia trovansi disciolte in virtù dei sali alcalmi pree- sistenti, e non in virtù dell'eccssso di anidride carbonica.

I sali alcalini nel nostro caso speciale possono riguardarsi come agenti di mineralizzazione.

Laboratorio di Chimica Generale della R. Scuola Slip, d' Agri- coltura in Portici. Gennaio 1887.

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Appunti ornitologici. Comunicazione del socio ordina- rio non residente Davide Carazzi.

(Tornata il 27 Marzo 1887^

Sono pochissime le catture fatte sul continente del bel Falco della regina, YHijpotriorchis Eleonorae (Gene), che abbonda nelle piccole isole a Sud-Ovest della Sardegna e dal prof. Giglioli trovato anche neir isoletta Lampione presso Lampedusa. L'egregio ornitologo nella sua opera recentissima (1) cita solo quattro individui pr€>si sul conti- nente, e tutti quattro nel genovesato, dal 1846 al 1881.

Ne aggiungo ora altri due presi nella piccola valle della Dura- sca, confluente del Vara, pochi kilometri al Nord di Spezia. Furono acquistati in carne il 12 settembre 1878 dal padre dell'attuale prepa- ratore del Museo Civico di questa città, e da lui stesso imbalsamati per la collezione regionale ornitologica, dove ancora si trovano.

Il esemplare segnato probabilmente a torto , come ^ corri- sponde alla varietà seconda del Salvador! (2) solo che le parti infe- riori presentano del color ruggine , oltre che il vero, e la coda di- sotto non differisce per niente da quella della prima varietà. Il tarso è 37mm., l'ala 321, la lunghezza totale doveva essere circa 400.

Il esemplare corrisponde alla prima varietà del Salvadori {loc. cit.), cioè somiglia all'abito del Falco subhuteo e se non fossero le dimensioni, ("lungo come il precedente, ala 30cra., coda 16 cm., tarso 33 mm.) io non saprei dire in che cosa differisce dal Lodolaio, avendo come questo le remiganti con macchie più chia re sul vessillo interno, le timoniere con delle piccole macchie rossicce anche sul vessillo ester- no, caratteri che secondo il precitato autore dovrebbero essere esclu- sivi al Lodalaio, e quanto a questo, negli esemplari visti da me , ha trovato tanto nei giovani che negli adulti le tibie rossicce con delle macchie, precisamente come nel Falco della regina. Credo che a ra- gione r illustre ornitologo Torinese ritenga « che questa specie sia « derivata dal Falco subhuteo e che non abbia ancora assunto ca- < ratteri stabili. »

Interessante ancora di più è la cattura della Pterocles alchata (L.) che forse per la prima volta posso assicurare essere stata fatta in Italia. Nella sua pregevole opera già citata il Salvadori dice che

(1) E. II. Giglioli. Avifauna italica, pag. 256. Tirenze 1886,

(2) T. Salvadori. Uccelli d'Italia pag, VJ Milano.

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ritiene probabile la cattura fatta in Sicilia di alcuni esemplari di Plerocles, conservati nei Musei dell' isola , ma non possiede nessun dato certo per provarlo. Il professore Giglioli nella sua opera più recente, già citata, dichiara che non sa di altri individui colti in Ita- lia fuori di quelli presi a Malta e dei due posseduti dalla magnifica collezione del Museo di Firenze provenienti uno dai pressi di Nizza, e l'altro che sarebbe stato preso nelle vicinanze di Siracusa nel 1859.

Come si vede di Pterocles prese in Italia con certezza non vi sarebbero che quelle di Malta e l'esemplare di Nizza e tanto questo che quelli , provenienti proprio dai limiti della regione. Sono perciò lieto di annunziare ora che a Livorno circa il 18G3 un contadino dei dintorni portò sul mercato quattro Pterocles in carne, e che una di queste la più bella, fu acquistata dal signor Lamette che la imbalsa- mò lui stesso, un'altro esemplare deve essere stato acquistato dal si- gnor Fed. Castelli. L'esemplare del signor Lamolte si trova ora nella bella collezioncina raccolta dal signor C. Lamette, intelligente e ap- passionato ornitologo, nella sua casa di Sarzana, dove io la scopersi battezzata come P. arenarius. È un esemplare ancora discretamente conservato, guasto solo un poco nella parte anteriore del collo, il che rende difficile la determinazione del sesso.

Corrisponde alla descrizione fatta dal Salvadori nella sua opera; ed io la direi senz'altro una ^, avendo la gola bianca, se non mi fa- cesse dubbioso la mancanza del collaretto nero , mancanza però che in parte potrebbe dipendere dal piccolo guasto già indicato. Le timo- niere corte si mostrano un difiereriti dalla descrizione del Salva- dori, avendo i fianchi con delle macchie alternate nere e rosse. (1)

Il Salvadori sulla fede del Beniot aveva detto che i balestrucci Chelidon urbica (L.) svernano a Catania, ma il Giglioli osserva che la notizia merita conferma e finora neanche un caso di svernamento era stato constatato con certezza. Io in tutto l'inverno 1883-84, pas- sato appunto in Catania, non riuscii a vedere un solo Balestruccio dopo l'ottobre. Credo per questo interessante 11 rammentare che nello scorso gennaio 1889 ai 20 del mese fui avvertito da un cacciatore che presso il tetto del Palazzo Boria qui in Spezia si vedeva vo- lare un Balestruccio, nello stesso giorno un'altro cacciatore mi ripe-

(1) L' esemplare del quale ho sopra discorso si trova ora per la generosità del sig. Lamette nella Collezione centrale dei Vertebrati italiani del E,. Museo di Firenze, diretto dal sig. comm. E. H. Gi- glioli.

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teva la .stessa cosa ed io l'annunciavo subito all'illustre professore Gi- glioli, che avendo già stampato quasi tutto il suo libro già citato fa- ceva appena a tempo a ricordare nell'appendice la notizia da me rice- vuta {pag. 477). Io però non avendo constatato la cosa coi miei oc- chi era ancora dubitoso del fatto, ma quattro giorni dopo nella stessa località vedevo l'uccello menzionato , il quale mi sembrò un più piccolo dei soliti, e ai primi del febbraio successivo un altro caccia- tore , egregio conoscitore di uccelli , mi accertava di averlo rivisto. Anche se si tratta di un individuo smarrito e rimasto indietro sem- brami che il fatto, nuovo del tutto, fosse interessante e degno di es- sere rammentato.

Ricordo infine un caso, dubbioso però, di probabile svernamento àeWBirundo rustica (L.) ed ecco su quali dati. Ai primi del dicem- bre u. s. 1886 il professore Bracciforti delle scuole tecniche veniva da me pregandomi di fare preparare dall' imbalsamatore del Museo ima rondine. Si può figurare la mia sorpresa nel sentirgli dir ciò e vedergli tirar fuori di tasca una rondine ancora viva ! Ma la sorpresa diminuì di molto quando m'accorsi che essa aveva tutte e due le ali tagliate. Il professore mi disse che l'uccello era entrato per la fine- stra aperta nella scuola e ch'egli coi suoi allievi era riuscito a pren- derlo. Vedendo che si trattava di un individuo sfuggito alla schiavitù non ave^o più dato importanza alla cosa. Ma ripensando che le ron- dini sono uccelli che molto difficilmente e solo per qualche giorno vivono di solito in schiavitù, ho creduto di far menzione del fatto es- sendo probabile che si tratti di un individuo preso tra gli ultimi di novembre e i primi di dicembre.

Ad ogni modo se si tratta di una rondine prigioniera ancora dalla prima età non è inutile l'aver rammentato questo fatto perchè le ron- dini vissute in schiavitù sono certamente rarissime. Il Prof. Giglioli mi scrive recentemente che egli non ne conosce neanche un caso ed io seppi di una cresciuta e vissuta molto tempo in schiavitù dal pre- paratore del R. Museo Zoologico di Pisa, il quale vide raccogliere da una famiglia di sua conoscenza un nido di rondini caduto dalla grondaia, nel quale erano quattro piccoli. Tre di questi morirono, il quarto alimentato sempre con pezzetti di carne si sviluppò e visse fino a diventare adulto.

Spezia^ Marzo 1886.

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Uova e larve di Teleostei. 1." nota preliminare del socio ordinario residente Federico Raffaele.

(Tornata il di 27 Marzo 1887)

È oramai noto che le uova di moltissime specie di Teleostei sono, durante il loro sviluppo, libere nell'acqua, sia galleggianti, sia sospese a diverse profondità. Ma soltanto di poche, tra le numerose uova pe- lagiche che si incontrano, massime nella primavera e nell' autunno, si conosce la specie. Assai raramente, infatti, si può nella larva po- chissimo sviluppata che esce da queste uova, riconoscere il pesce che, sviluppandosi e trasformandosi, essa sarà per divenire. Per questa ragione e per le poche conoscenze che finora si hanno sui caratteri sistematici delle uova e delle larve, è facile incorrere in errori. Vi\ metodo rigoroso di ricerca è dunque necessario per ottenere risul- tati soddisfacenti. Esso consiste :

. 1. Nel confrontare le uova pelagiche con le uova mature otte- nute direttamente dagli ovari, sia operando su queste la fecondazio- ne artificiale, sia mettendole semplice-mente nell' acqua, dove, per lo più, se sono perfettamente mature, esse assumono, anche senza la fe- condazione, i caratteri eh. 3 valgono a farle identificare. 2. Nel con- frontare le larve uscite dalle uove pelagiche, ed allevate per quanto più a lungo è possibile, con giovani esemplari raccolti mediante pesche pelagiche. Così si può talvolta ottenere una serie di stadi a bastanza completa per rintracciarvi tutta la evoluzione. I criteri di analogia con uova e forme giovanili già conosciute , che potrebbero permet- tere di giudicare per induzione del genere o, almeno, della famiglia, sono poco attendibili per ora, stante la scarsezza di nozioni sul va- lore sistematico dei caratteri delle uova e de\\e[ larve. Tale lacuna .nelle nostre conoscenze biologiche potrà essere colmata da un gran numero di osservazioni, siano pure di poco valore intrinseco, purché scrupolose. Benché incomplete, esse potranno inaspettatamente com- pletarsi a vicenda e dare risultati interessanti.

Io accennerò soltanto con queste note preliminari a talune os- servazioni che spero fra non molto pubblicare più in esteso, accom- pagnandole con figure illustrative.

Sono abbondanti alla superficie del mare, nel nostro golfo, dal settembre al febbraio , massime nel novembre e verso la fine di gennaio, delle uova molto caratteristiche, che facilmente anche un occhio inesperto può distinguere dalle altre molte insieme alle quali esse si trovano.

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Sono sferiche: il diametro oscilla tra mm. 1,50—1,70; lo spazio che sta tra la capsula e la sfera vitellina e molto ampio; questa ha, in- fatti un diametro quasi metà di quello della capsula (mm. 0,80—0,90); e le ò tangente nel punto dove essa tocca il pelo dell'acqua; tangente in questo punto, dentro la sfera vitellina è una goccia oleosa, per lo più scolorata, raramente colorata in giallo più o meno intenso, come se ne trovano in molte uova di Teleostei. La goccia ha un diameti'o' di mm. 0,16 ca. La capsula è sottile , trasparentissima , intera, perforata soltanto da un raicropilo della forma comune ad imbuto; essa presenta assai bellamente i fenomeni ottici delle lamine sottili, e, guardata in sezione ottica, si mostra colorata d'ordinario in az- zurro, in verde o in rosso, secondo l'ampiezza della sfera. Il vitello, trasparente, è composto in tutta la sua massa di grossi segmenti po- liedrici, le cui superfìcie di contatto rifrangendo diversamente la luce sembrano tante spaccature dentro un globo di cristallo massiccio.

Simile struttura del vitello è stata veduta prima da Hensen (1) in uova pelagiche che per vari altri caratteri diiferiscono da quelle di cui mi occupo, poi da Cunningham (2) e da Agassiz e Whitman (3; in un uovo che questi ultimi autori riferiscono all' Osmerus nioy^- dax Gill.

lo la ho incontrata in varie uova pelagiche di diverse specie, sicché posso dire che essa non è eccezionale.

L' incubazione delle uova ora descritte dura 4 o 5 giorni in bic- chieri dove l'acqua ha una temperatura che varia tra 9" e 12" C— Non mi dilungo qui a parlare dello sviluppo intraovarico che non presenta nulla di notevolmente diverso dal processo abituale descritto in varie uova pelagiche. Prima di uscire dall'uovo, l'embrione stan- do molto a suo agio nell'ampia capsula, ha movimenti molto più estesi ed attivi della maggior parte degli embrioni di uova pelagiche che se no debbono stare avvolti su se stessi. Come in molti embrioni di Teleostei, credo anzi in tutti, poco prima della uscita dall' uovo, ap- pariscono alla parte dorsale del capo, in numero considerevole, dei gruppetti di granulazioni brillanti, alquanto opache Kupffer (4) le

(1) Ueber das Vùrkommen u, die Menge d. Eier etc. IV Be- richt d. Couimission zur Wissenachaft. Unters. d. deutschen Meere in Kiol 1877-bl pag. ;iOO.

(2) Criticai Note ou the latest Theory in Vertebrate Morpholo- gy— Proc. of the R. Soc. of Edinburgh 1884.

(3) The Development of osseous fishes, I— Cambridge 1885.

(4) Die Entwikelung dea Herings im Ei Jahresber d. Comm. z. Wi.gs. Unt. d. deutschea Meere f. die J. 1874, 75, 7G, pag. 221.

OD

Ila notate negli embrioni di ai-inga ; io credo che esse siano una se- crezione di alcune cellule epidermiche, atta ad agire chimicamente sulla capsula, o semplicemente come lubrificante, quando l'embrione rompo il guscio e ne vien fuori. Certo è che questa produzione è temporanea; si mostra poco prima dell' uscita, e sparisce poco dopo.

La larva appena uscita dall'uovo è lunga ca. 4 mm., sottile al- lungata, trasparentissima, con scarsissime e piccole cellule con pig- mento nero lungo il tronco e sul capo. Invero il pigmento è cosi poco appariscente che, ad occhio nudo, sembra mancare affatto. —Il sacco vitellino è ellissoide, la goccia occupa l'estremo posteriore del vitello; l'intestino procede dritto, sottilissimo, fino a mm. 0.5 dell' e- stremo cedale ; dietro ad esso , presso l' ano , è una piccola vescica urinaria. La notocorda è ampia, fatta di una sola serie di segmenti cilindrici limitati da sepiraenti discoidali sottili, molto regolarmente disposti, similissima a quella dell'aringa descritta daKupffer (1). La pinna primordiale, piuttosto stretta, gira intorno a tutto il corpo, da dietro al capo fin sotto al sacco vitellino.

Lo sviluppo di queste larve è molto poco avanzato, come accade in molte larve pelagiche; non vi è ancora apertura boccale, trac- cia di scheletro branchiale; le otocisti sono piccole e semplici, situate alquanto lontano dagli occhi. Lungo 11 tronco sono 6 a 7 boccinoli di senso a egual distanza fra loro; un simile boccinolo è dietro al globo oculare , tra questo e 1' otocisti ; esso è molto costante in un gran numero di larve delle specie più diverse.

Le larve vivono benissimo in bicchieri piuttosto grandi dove l'ac- qua vien cambiata ogni giorno o ogni due giorni, fino al completo esaurimento del vitello nutritivo, cioè fino a 15 o 18 giorni in media dall'uscita dall'uovo. Dopo, come accade a tutte le larve schiuse da uova pelagiche, muoiono per mancanza di alimento.

Le trasformazioni che la larva subisce in questo periodo sono importanti. Il corpo si allunga rapidamente ; verso il 3" giorno esso raggiunge una lunghezza quasi doppia della primitiva ; aumenta poi solo di poco nei giorni successivi;— poco o nulla in vece aumentano le altre dimensioni , così che il pesciolino acquista un aspetto sempre più esile. Contemporaneamente il diametro bilaterale del capo si ac- cresce e aumentano molto in volume gli occhi e le otocisti, in modo che la distanza fra essi diminuisce molto; così man mano il capo di- venta globoso; il tronco appare bruscamente ristretto dietro le otoci- sti dove s'inseriscono le pettorali.

(1) Log. cit.

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Il tronco che all'uscita dell'uovo ha una leggera curvatura ad S, comune, d' altronde, a quasi tutte le larve pelagiche di Teleostei, va raddrizzandosi ; i movimenti di propulsione per mezzo di rapide vibrazioni della parte posteriore del tronco, propri alle giovani larve, si mutano in movimenti ondulatori, anguilliformi; fatto già notato da Sundevall (1) nelle larve di aringa,

I principali fatti che accadono durante Fassorbimento del vitello sono; la formazione della cavità faringea e della bocca, dello sche- letro cartilagineo branchiale e della cartilagine di Meckel, come pure di quasi tutti gli organi interni.

II cuore, quando la larva esce dall' novo occupa una posizione diversa dalla definitiva. Esso è situato come al solito, obliquamente, con l'estremo largo (venoso) sotto l'occhio sinistro, l'estremo ristretto (arterioso) sulla linea mediana, alquanto più indietro, fisso al corpo.

Di pari passo col diminuire della massa vitellina, ha luogo una rotazione del cuore, sulla quale insisto, tanto pili che essa è uu fatto comune a tutte le larve di Teleostei, e non è stata, per quanto so, da altri notata. L' estremo venoso si apre nello spazio compreso tra il vitello e la parete interna , mesoblastica, del sacco vitellino ;, le labbra dell'apertura riflettendosi in fuori si continuano con le pareti del pericardio, che a sua volta aderisce al mesoblasto del sacco vi- tellino, di cui forse è continuazione diretta. Per questa disposizione, l'estremo venoso viene a poco a poco, col diminuire del vitello, tra- scinato in dietro, e il vaso cardiaco, libero nella cavità pericardica che va sempre più ampliandosi, rota intorno all'estremo arterioso co- me punto fisso per circa 130° finché, da anteriore e laterale diventa posteriore e mediana.

Un' altra trasformazione che contribuisue molto a cambiare l'a- spetto della larva è lo svilupparsi di cristallini iridescenti nella tu- nica coroidale degli occhi, i quali a poco a poco divengono opachi e risplendenti di riflessi azzurri.

Sebbene al 15" o 20" giorno di vita cstraovarica, le giovani larve abbiano subito notevoli modificazioni, pure riesce impossibile scoprirne il parentado. Questo mi è stato dimostrato dallo studio di vari stadi più avanzati raccolti nelle pesche pelagiche. Scorta sicura nella iden- tificazione sono vari caratteri tra cui principalissimo la struttura pe- culiare della notocorda, cui ho già accennato e che si conserva fino

(1) Om Fiskyngels Ufcveckling.— K. Svenska Vetenskap Akade- miens Handlingar Voi. I. N. 1.

57 -

ad una età molta avanzata.— Una serio abbastanza completa permette di riannodare lo larve a giovani pesciolini della lunghezza di 21 a 30 mm. e più, i quali sebbene non abbiano perfettamente Y aspetto definitivo , sono riconoscibili con sicurezza per giovani Glupeidi. La principale differenza con gli adulti, oltre alla forma del corpo che è più sottile, sta nella posizione della dorsale la quale nasce molto in- dietro; poi, come ha notato Sundevall [loc. cii.J nell'aringa, migra in avanti. Le ventrali, che si sviluppano molto tardi, occupano in vece ima posizione alquanto anteriore alla definitiva e migrano in senso opposto alla dorsale. Se tutti questi stadi e tutte le uova apparten- gano ad una stessa specie è diflicile dire con certezza, stante la grande somiglianza che hanno le specie affini di Glupeidi anche adulti ; è molto probabile, ad ogni modo, che una buona parte appartengano alla Clupea pilchardus , la comune sardina, abbondantissima nel nostro golfo.

Un carattere notevole che già si comincia a pdesare nelle gio- vanissime larve (15 o 20 giorni), che in uno stadio poco più svilup- pato ma quasi della stessa lunghezza (10-11 mm.) è già bene accen- tuato, consiste in una serie di pieghe trasversali assai regolarmente disposte (in numero di una quarantina) della mucosa intestinale, dal piloro all' ano. Esternamente, col procedere dello sviluppo, il punto dove comincia questa struttura è indicato dalla base delle ventrali. Sundevall (toc. cit.) ha notato lo stesso fatto nell'Aringa. Questa struttura che ricorda molto da vicino le valvole spirali degli Elasmo- branchi e più ancora dei Ganoidi è stata descritta da Guvier e Va- lenciennes nelle alose adulte (Clupea aiosa e C. pilchardus) e in alcuni generi affini ai Glupeidi quale il Chirocentrus. Agassiz disegna qualche cosa di simile in giovani pesci riferiti all' Osmerus 7nordajj, ma non ne fa parola nel testo; io però mi sono assicurato che tale formazione si ritrova negli stadi giovanili di alcuni Sal- monidi.

La presenza e la precoce comparsa di questa struttura, rianno- date alle osservazioni anatomiche di Stannius, (1) confermate da Boas (2) per il cuore del Butirinus e dei Glupeidi dimostrano sem- pre più l'affinità dei Glupeidi con i Ganoidi.

Le uova e i giovani stadi di Glupeidi da me osservati hanno

(1) Bemerkungen iiber das verhaltniss der Ganoiden zu den Clu- peiden, etc. Rostock 1846 Oeberg.

(2) Morpholog. Jahrb. voi 6. fase. 4 pag. 257.

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molta somiglianza con que'li dell'aringa e valgono ad indicare l'im- portanza sistematica di alcuni caratteri.

Infatti di due specie senza dubbio molto affini, una (aringa) ha uova che vanno al fondo e aderiscono tenacemente agli oggetti som- mersi, l'altra (sardina) ha uova libere e galleggianti. Con ciò perde valore il ragionamento fatto da Gunningham (1) per revocare ìa dubbio le osservazioni di A'gassiz sulle uova di Osmerus. Potrebbe in A'ero nel genere Osmerus accadere lo stesso che nel genere Clupea (2).

Cosi pure non ha, come è già noto, nessun valore sistematico la presenza della goccia oleosa.

Un carattere che sembra invece esprimere fino a un certo punto le affinità naturali neU'.uovo è quello della struttura del vitello. Io credo che i segmenti di cui questo è formato corrispondano alle ve- scicole vitelline descritte da Kupffer nello uova di aringa e che si trovano nelle uova immature di molti Teleostei e in quelle in via di sviluppo degli Elasmobranchi. Tale struttura rappresenta forse una condizione primitiva.

Stazione Zoologica di Najyoli, Marzo 1887.

(Finilo di stampare il 22 Aprile 1887)

(1) Proc. of the zoolog. Soc. London , Part III 188G pag. 292.

(2) Se non che Rice, nel suo lavor) 8n\\\0smerus ( Report of a Commissioner of Fisheries of Maryland, gennaio 1878) afferma cate- goricamente che la specie americana Osmerus mordax Gill , è iden- tica alla europea 0. eperlanus, e ne descrive l'uovo che è adesivo e si sviluppa attaccato agli oggetti sommersi. Inoltre mi pare, checché ne dica Agassiz, che le sue giovani Larve siano alquanto diverse da quelle dell'osmerus descritte da Rice.

Comunque, io non intendo entrare più oltre in una questione del tutto americana.

Elenco di giornali ricevuti in cambio ed opere ricevute in dono neir anno 1887.

Giornali

Atti della li. Accademia dei Lincei, 1887, Voi. Ili, fase. 1 a G Roma.

Rendiconto dell'Accademia delle scienze fisicJie e ìnatematiche di Na- poli. Ser. 2.^ Voi. I, 1887, fase. 1 e 2.

Atti del R. Istituto d' Incoraggiamento, 3.'^ serie, Voi. V. Napoli.

Bollettino della Società Entomologica Italiana. Anno XVIII, trime- stre IV, Anno XIX, trimestre I e II.

Nuovo Giornale Botanico Italiano di T. Carnei. Voi. XIV, N." 1 Firenze.

Gazzetta Chimica Italiana. Anno XVI, 1886 , Fase. IX e X , Anno XXII, 1887, fase. 1 Palermo.

Il Naturalista Siciliano. Anno VI, N." 4 a 6 Palermo.

Ministero di Agricolluea, Industria e Commercio:

Bollettino di notizie agrarie. Anno IX, N." 1 a 10 Roma. ' Rivista meteorica agraria. Anno IX, N." 1 a 8 Roma.

Club Alpino Italiano. Rivista men?ii]e, Voi. VI, N." 1 a 3 Torino,

Notarisia commentarium phycologicum. Rivista trimestrale, gennaio 1887 Venezia.

Bollettino della Società Geografica Italiana. Ser. Il, Voi. XII, Anno XXI, fase. 2 a 3 Roma.

Rivista Veneta di Scieìize Mediche. Anno VI, Tomo VI, fase. I e II I 1887 Venezia.

Atti della Società Veneto -Trentina di Scienze Naturali residente in Padova. Voi. X, fase. I Padova.

L'Ateneo Veneto. Ser. XI, Voi. I, N." 1 e 2, 1887 Venezia

Annali di Agricoltura del Ministero di Agricoltura, Industria

MERCIO.

1. Scuole superiori agrarie alVestero. Roma 1887.

2. Consiglio di Agricoltura. Roma 1887. Lea Sicilia Agricola. Anno V, N." 1 a 12. ^Agricoltura Pratica. Anno VII, X.° 1 a 6 Firenze. Nuova Rivista Forestale. Anno X, Disp. I e II. Gl'Incurabili. Anno II, 1887, fase. 1 a 7. Napoli Bollettino mensile di Bachicoltura. Sar. II, Anno VI , N." 10 a 12. Bollettino della Società Toscana di Orticoltura. Anno XII, Serie II,

Voi. II, N." 1 a 3.

Il raccoglitore, Giornale Agrario Padovano. Anno X, N.° 1 a 6.

Giornale di Agricoltura jjrafica. Anno I, N." 1 a 3.

Gazzetta degli Ospedali. Anno Vili, N," 1 a 26.

Nuova Rassegna di Viticoltura e di Enologia. Anno I, N." 1 a 5.

L'Agricoltore Calabro- Sicido. Anno XII, N." 1 a G.

V Osservatore, Gazzetta medica di Torino , Anno 38.", fase. 1 a 16.

L'Agricoltore Messinese. Bollettino. 1887, N.*^ 141 a 144.

Il Picentino di Salerno, Anno XXX, 1887, N." 1 e 2.

Giornale Vinicolo Italiano. Anno XIII, N.° 1 a 3, 1837.

Viti Americane. Anno VI, X." 1 a 3. Alba 1887.

n Agricoltore. Anno XVI, 1887, N." 1 a 3 Trento.

Bollettino della Società Africana d'Italia. Anno VI , Fase. I e II,

1887 Napoli. Bollettino del Naturalista. N.** 1 a 3 Siena 1887. Bollettino dei Cultori delle Scienze Mediche in Siena. Anno V, 1887,

fase. I.

Opere

D.r Sergio Pansini. Sulla genesi delle fibre elastiche.

R. Canestrini e B. Morpurgo. Notizie biologiche sul Bacillus

Ivo mina. R. Canestrini e B. Morpurgo. Resistenza del Bacillus Kom-

uia etc. Nota. D.r G. Colucci. Sulla rottura dell' utero nel soprapparto. Studio

clinico. Napoli 1885. D.r G. Colucci. Della endometrite. Prof. G. Romiti. L'ideale della scienza. Pisa 1887. Carlo PoUonera. Appunti anatomici iu appoggio ad una classi- ficazione dei molluschi geofili del Piemonte. Modena, 1887. Carlo Pollonera. Intorno ad alcuni Limaci di Europei poco] noti.

Kstr. dal Boll, del Museo di Zoologia etc. di Torino. Nov. 1887. Il progetto di codice sanitario. Relazione alla Società Italiana di

Igiene. Milano 1887. / conti culticndi del Frumento. Ministero di Agricoltura, Industria

e Commercio, 1887.

Sene I. Voi. /.

1887

Anno I. Fase. 2.

BOI_.XjET'TI]N"0

DELLA SOCIETÀ DI NATURALISTI IN NAPOLI

Tornata del 24 aprile 1887. (1)

Presidenza del Signor G. Jatta.

m/^ ^•^ V\^

ILIBRARYJ^

Soeii presenti: Giu^. Jatta, M. Geremicca, A. Palaxza, Ct. Angiolel- LA, C- Cianci, Pk. Sav. Monticelli, L. Savastano, F, Sanfelice, Fed. Raffaele, V. Salvati, 0. Forte, S. Pansini, D. Damascelli

U. MlLONE.

La sedata è aperta all' ora 1 poni.

Il Segretario legge il processo verbale i^receclente che viene ap- provato. Presenta i giornali pervenuti in cambio ed i libri in dono.

Il socio Cianci legge un lavoro fatto in collaborazione del socio Angiolella dal titolo : Su Vintima struttura dei corpuscoli rossi del sangue e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino.

Il socio Monticelli fa una lettura a nome del socio ordinario non residente P. De Vescovi dal titolo : Forme per ottenere con le ca- mere lucide disegni per quanto possibile esatti.

Il socio Monticelli comunica alcuni fatti da lui osservati sullo sviluppo embrionale di alcune specie di Cestodi dei pesci marini

(1) :Nel r fascicolo a pag. 4 nell'elenco dei socii presenti della tornata dei 27 Febbraio fa omesso per dimenticanza il nome del so- cio Savastano.

60

(Plagiostomi) (1; , facendo rilevare che il loro sviluppo nelle prime fasi , non differisce da quello delle Tenie e dei Botriocefali ; e che l'embrione per la presenza del solo strato albuminogeno e l'assenza di quello chitiuogeno descritto, nelle Tenie, si assomiglia a quello dei Botriocefali e delle Ligule, ma egli ha osservato che a differenza di questo, la tunica albuminogena non è cigliata , fatto per altro che è stato notato anche nell'embrione di Bothriocephalus prohoscideus.

Il Presidente annunzia che il Prof. A. Oglialoro, già socio ono- rario del Circolo degli Aspiranti Naturalisti, chiede di far pax'te della nuova Società in qualità di socio ordinario residente.

Dopo dichiarazioni dei socii Savastano e Pansini la Società pren- de atto della nomina del Prof. Oglialoro.

La Società in'ende atto della domanda del già socio coxTÌspon- dente del Circolo degli A. N. signor Filippo Rho che chiede di pas- sare nella categoria dei socii ordinarli non residenti.

Il Presidente comunica che nell' ultima toi-nata il Consiglio Di- rettivo nominò socio aderente il signor Agostino Maria Galdieri di Roma.

La Società ne prende atto.

La Società, in seguito alla dichiarazione del Presidente, che a nome del Consiglio Direttivo aveva chiesto un' altro mese di bilancio l)rovvisorio, approva su proposta del socio Savastano altri tre mesi di bilancio provvisorio.

La Società delibera di tener tornate d' ora in avanti il e é' Mercoledì di ogni mese alle ore 9 pom.

La seduta è levata alle ore 2,30 pom.

Il Segretario: L^GO Milone

(1 Rhyncliohothrhuìi gracile.

n tenue

n viride.

Phyllobothrium lactuca

Echeneibotlirium gracile.

n sp

Myliohatis aquila.)

61

Tornata del di 11 maggio 1887.

Presidenza del Signor G. Jatta.

;Socii presenti: Gr. Jatta, Fed. Raffaele, D. Damascelli, M. G-eremicca, M. Centonze, Ant. G-. Gabella, 0. Forte, Fr. Sav. Mojtticelli, L. Savastano, U. Milone.

La seduta è aperta alle ore 9,15 poni.

Il Segx-etario legge il processo verbale precedente che non viene approvato per mancanza di numero legale di socii. Presenta i gior- nali pervenuti in cambio ed i libri in dono.

Il socio Milone legge una comunicazione preliminare del socio non residente Ant. Fonseca dal titolo: Su di xeno eccesso di ferro in taluni vini quale causa di fenomeni speciali , ed a nome dell' autore ne chiede la pubblicazione nel Bollettino.

Il socio Centonze legge un lavoro dal titolo : Studii su V osso hregmatico antiepilepticum , e ne chiedo la pubblicazione nel Bol- lettino.

Il socio Savastano legge un suo studio sulla vajolatura degli agrumi, e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino; presenta inoltre all' esame dei socii i seguenti limoni (frutti) nei quali ha eseguito esperimenti di inoculazioni del batterio della vajolatura degli agrumi:

1" frutto con diverse inoculazioni riuscite del detto batterio.

2'^ id. riuscite con effetti identici al

col batterio del marciume delle radici degli agrumi.

3" id. con semplici incisioni senza inoculazioni, come pruova di confronto: non si è sviluppato male alcuno.

4'^ id. con vajolatura naturale come termine di comparazione per il r e 2\

Il seguito dell' ordine del giorno riguardanti affari amministra- tivi non può espletarsi per mancanza di numero legale di socii.

Il Segretario: Ugo Milone

- 62

Tornata del di 25 maggio 1887.

Presidenza del Signor M. Geremicca.

Socii presenti: M. Geremicca, Fr. S.vv. Monticelli , 0. Forte, Ant. G. Gabella, Fed. Raffaele, A. Palanza, L. Savastano, S. Pan^ siNi, D. Damascelli, U. Milq-ne.

La sedata è apex^ta alle ore 9 pom.

Il Segretario legge il processo verbale della tornata dei 24 aprile che viene approvato; quindi legge il processo verbale della tornata precedente che non viene approvato per mancanza di numero legale di socii. Presenta inoltre i giornali pervenuti in cambio ed i libri in dono.

Il socio Raffaele legge una sua 2^ nota preliminare dal titolo: Uove e larve dei teleostei e ne chiede la pubblicazione nel BoUettin o.

Il socio Monticelli legge un lavoro dal titolo: Note elmintologi- che sul nutrimento e su i parassiti della sardina del Golfo di Napoli^ e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino.

Sono ammessi socii ordinarli residenti i signori Pasquale Dell i Ponu, Galileo Cannone e Luigi Nicotera.

Lo Società prende atto della domanda del già socio co.'rispoi dente G. Rocco che chiede di passare nella categoria dei socii or- dinarli non residenti.

La seduta è levata alle ore 9,45 pom.

Il Segretario: Ugo Milonk

Tornata del di 8 giugno 1887.

Presidenza del Signor G. Jatta.

Socii presenti: G. Jatta, M. Geremicca, A. Turbini, D. Damascelli, Di Vestea, Fr. Sav. Monticelli, F. Zagari, F. Sanfelice, P. Delli Ponti, L. Savastano, A. Palanza, G. Angiolella, 0. Cianci, siNi, M. Centonze, U.Milone, 0. Forte, Ant. G. Gabella.

La seduta è aperta alle ore 9 pom.

Il Segretario legge il processo verbale precedente che viene ap- provato. Presenta i giornali pervenuti in cambio ed i libri in dono.

Il socio Sanfelice fa una comunicazione verbale dal titolo: Intor- no alla rigenerazione del testicolo.

G3

Il socio Monticelli logge un lavoro del socio non residente Ce- sare Crety dal titolo : Intorno ad alcuni cisticerchi dei rettili ed a nome dell' autore ne chiede la pubblicazione nel Bollettino.

È ammesso socio ordinario residente il signor Vincenzo Vetere.

Sono ammessi socii ordinarli non residenti i siguori Vincenzo Candioto di Carpone (Vicenza) e Giovanni Motti di Aversa.

Il socio Savastano interpella il Consiglio Direttivo sulla spedi- zione del Bollettino e propone che gli estratti si diano mano a mano ohe si presentano i lavori.

Il Presidente dichiara che il (Consiglio Direttivo risponderà nella prossima tornata.

La seduta è levata alle 10.30 poni.

Il Segretario: Ugo Milonk

Tornata del di 22 giugno 1887.

Presidenza del Signor G. Jatta.

Socii presenti: G. Jatta, Fr. Sav. Monticelli, D. Damascelli , S. Lo Bianco, F. Sanpelice, A. Palanza, L. Savastano, F. Rho, M. Cen- TONZE, M. Geremicca, U. Milone, a. G. Gabella, S. Pansini.

La seduta è aperta alle ore 9,15 pom.

Il Segretario legge il verbale precedente che viene approvato. Presenta quindi i giornali pervenuti in cambio ed i libri in dono.

Il socio Jatta legge un lavoro dal titolo : La vera origine del nervo olfattivo 7iei cefalopodi, e ne chiede la pubblicazione nel Bol- lettino.

Il Presidente, rispondendo all' iiterpellauza del socio Savastano fatta nella passata tornata , dichiara che il Consiglio Direttivo in quanto alla spedizione dei giornali all' estero incaricò il Sagretai'io, in quanto alla stampa del Bollettino, pur ritenendo giuste le modi- fiche che il socio Savastano propone , per ragioni economichs e di ordine di stampa, non può attuarle in questo anno.

La seduta è levata alle ore 10 pom.

Il Segretario: Ugo Milone

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Tornata del 13 luglio 1887.

Presidenza del Signor M. Geremicca.

Socii presenti : M. Geremicca , Fr. Sav. Monticelli , D. Damasìelli^ G. Angiolella, Fed. Raffaele, L. Savastano, P. Belli Ponti. U.

MlLONE.

La seduta è aperta alle ore 9,15 pom.

Il Segretario legge il processo verbale precedente che non viene approvato per mancanza di numero legale di socii. Presenta inoltre i giornali pervenuti in cambio ed i libri in dono.

Il socio Savastano legge un lavoro fatto in collaborazione del socio Jatta dal titolo: L' anomala vitis e ne chiede la pubblicazione nel Bollettino:

Il socio Raffaele dichiara di avere presentato un manoscritto del socio Sanfelice al Segretario dal titolo: Intorno alla rigenerazione del testicolo, argomento sul quale il detto socio fece una comunicazione- verbale nella toi-nata del di 8 giugno p. p. e ne chiede a nome del- l' autore la pubblicazione nel Bollettino , offrendosi altresì per inca- rico avuto di darne lettura se qualcuno lo richiegga.

Il socio Monticelli a proposito di un recente lavoro del Prof. Grassi. " Come la Taenia nana arrivi nel nostro organismo fa rile- vare che il fatto provato sperimentalmente dal Grassi dello sviluppo diretto, cioè senza ospite intermedio, della Taenia nana dell'uomorr: T. interina del Mus decumanus era stato già indicato nel 1883 (C. R. Acc. Paris XCVII. p. 1378) per la Taenia serrata del cane dal Me- gnin, il quale metteva innanzi anche l' ipotesi che l' infezione di più anni di Tenie nel nostro organismo fosse da attribuirsi ad un caso di riproduzione diretta delle nostre Tenie.

Il Presidente annunzia le dimissioni del socio Lavis, presenta il bilancio presuntivo del 1887 ed il consuntivo del 1886 , comunica la proposta del Consiglio Direttivo delle vacanze per la durata di tre mesi a cominciare dal 1 Agosto p.v., salvo a tenere qualche tornata straordinaria a richiesta di qualche socio il quale vi voglia leggere o comunicare qualche suo lavoro. La votazione non può aver luogo per mancanza di numero legale di socii.

La Società, su proposta del Consiglio Direttivo, approva la ra- diazione del nome del Signor A. Terracciano dall' albo dei socii.

Il socio Savastano propone che a stabilire la data nella presen- tazione di un lavoro nel periodo feriale basti la data del timbro pò-

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stale , ben inteso che in Novembre il Segretario ne terrà conto nel primo processo verbale.

La seduta è levata alle ore 10,30 pom.

Il Segretario: Ugo Milone

Tornata del 27 luglio 1887.

Presidenza del Signor M. Geremicca. Socii presenti: M. Geremicca, Fr. 8av. Monticelli, C. Cianci, G. An-

GIOLELLA, AnT, G. CaBELLA, F. SaNFELICE, FeD. RAFFAELE, L. Sa"

vastano, S. Pansini, a. Palanza, 0. Forte.

La seduta è aperta alle oro 9 pom.

Il Segretario legge il processo verbale della penultima tornata che viene approvato. Legge poi quello dell'ultima tornata che, mal- grado la mancanza di numero legale di socii , viene approvato su proposta del Presidente, vistane l'urgenza per la pubblicazione nel Bollettino. Presenta i giornali pervenuti in cambio ed i libri in dono.

Il Consigliere Monticelli legge il bilancio consuntivo del 1886 ed il presuntivo del 1887. Il bilancio presuntivo è approvato ad una- nimità.

Il bilancio consuntivo sarà spedito ai revisori dei conti;

La Società accetta le dimissioni del socio Lavis , perchè in 2" convocazione, non delibera sulle dimissioni del socio Centonze perchè in 1^ convocazione.

Il Presidente comunica la deliberazione del Consiglio Direttivo di partecipare a tutti i socii la deliberazione presa a proposito delle vacanze.

Il socio Savastano legge una comunicazione dal titolo : Sic la inoculazione del batterio della Tubercolosi nelV olivo e presenta al- l' osservazione dei socii i risultati delle pruove e contropruove sopra piante allevate in vaso.

La seduta è levata alle ore 0.50 pom.

Il Vice Segretario: Oreste Forte

Suir iiitiina struttura dei corpuscoli rossi del san- gue.— Studii dei socii ordinarii residenti Carmine Cianci e Gaetano Angiolella.

(Tornata del di 24 aprile 1887.; L

La struttura dei globuli rossi del sangue è stata argomento di molti studii e di molte discussioni. Furono descritti dapprima come vere cellule, attribuendo a questa parola il significato datole dallo Scliwann, cioè di vescichette risultanti di una parete, di un contenuto liquido e di un nucleo; e quest' opinione dominò lungo tempo nella scienza e nelle scuole, « più, dice il Brilcke, (1), pel silenzio degli oppositori, che per la forza degli argomenti dei difensori. » Quest' idea si fondava sul modo di comportarsi dei globuli coli' acqua comune o distillata , nella quale si arrotondano , si scolorano e finiscono collo scomparire, ciò che s' interpretava per uno scoppio della parete, che lascerebbe ia tal modo fuoruscire il contenuto. In appresso è stato di- mostrato che, in questo caso, i globuli non si distruggono, perchè le materie che colorano le sostanze albumìnoidi, come, p. es., l'acqua di Lùgol, li fanno riapparire, Ma, prima ancora che tale reazione fosse usata, il Briicke fece notare che lo sparire dei globuli coli'acqui prova non che il contenuto sia un liquido , ma che è una sostanza molle capace d'imbibizione (2). Ed egli pel primo ebbe l'idea di una struttura piìi complicata di questi elementi, e la dimostrò trattandoli coir acido borico al 2 OiO (3). Con questo mezzo egli vide che i glo-

(1) Briicke Die Elementarorganismen Vedi. Sitzuagsberichte der Academie der Wissenschaften zu Wieu— Anno 1861, Voi. XLIV", pag. 389.

(2) Briicke loc. cit.

(3) Briicke Ueber den Bau der rothen Blutkorperchen Vedi: Sitznngsberichte der Academie der Wissenschaften zu Wien : An- no 1867.

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bull di batraci, e , specialmente , di tritone, si deformano ; il nucleo perde il suo contorno netto, s' ingi'andisce, acquistando forme molto irregolari, e cacciando talvolta dei prolungamenti, aumenta il suo in- dice di rifrazione, e, dopo circa 12 ore, si distingue intorno ad esso una zona giallo-verdastra, di figura più o meno regolare, mentre la parte periferica del protoplasma rimane incolora. Questo fatto il B r ii- cke lo interpretò, ammettendo nei globuli una sotanza incolora, che chiamò oecoide, ed una sostanza colorante, che chiamò zooicle, delle quali la prima formerebbe una massa porosa, nelle cui cavità comu- nicanti starebbe lo zooide , che , sotto l' azione dell' acido borico , si ritirerebbe intorno al nucleo.

Il RoUet (1), invece, sottoponendo il sangue dei mammiferi e de- gli altri vertebrati all' azione della corrente elettrica e di successivi congelamenti e disgelamenti, vide sprigionarsi dai globuli la sostanza colorante, che si scioglie nel plasma, e rimanere dei pezzi di sostanza incolora, molle e vischiosa, i quali si attraggono, si riuniscono, e, non di rado, da questi residui, per pressione sul covroggetti, vedonsi stac- care dei piccoli frammenti irregolari; di più, qualche volta, si vede uscire il nucleo, senza che il globulo perda il suo aspetto rotondeg- giante. Questi residui rappresentano i così detti stroìnù In tal modo, il Rollet dimostrò la mancanza della parete, ed, oltre a questo, l'esi- stenza dello stroma e della materia colorante, tra le quali, però, egli ammetteva un rapporto semplicemente chimico, a differenza del Brii- cke, che vi riconosceva un rapporto di struttura.

Il Kollmann (2), però, non crede alla mancanza della parete, e, per dimostrare l'esistenza di questa e dello stroma, usò la colorazione al bleu d'anilina, previo trattamento all'acido borico 2 0[o; ed, atte- nendosi più all'idea del Rollet anziché a quella del Bruche, considerò il globulo come formato di una materia albuminoide omogenea, con cui è fusa chimicamente la sostanza colorante. Altri autori, concorrendo allo stesso scopo, usarono vari mezzi diretti a separare lo stroma dalla sostanza colorante; cosi ilKòUiker usò l'urea, il Rindfleisc h il bleu d'anilina sui coaguli di sangue di rana, il Bòtte ber e il Roberts r acido tannico.

(1) Rollet Versnche uud Beobacliungeii am Biute Vedi: Sit- zungsborichte der Academie der Wisseuschaftea zu Wien An- no 18(J2.

(2) Kollmann Bau der rothen Blutkorperchen Vedi : Zeit- scrift fiir Wissenscbaftliche Zoologie. Anno 1873,

_ C)9

Da ultimo il Trinchese (1), trattando i corpuscoli della torpedino coir acido osmico all' 1 \ , vi notò una rete , che somiglia , secondo lui, a quella vista dal Lantermann nella mielina, e da ciò deduce M che l'ac. osmico produce le medesime apparenze di struttura nel protoplasma dei corpuscoli rossi del sangue e nella midolla dei tubi nervosi ». Questo fa supporre che egli creda la rete appartenente piuttosto allo stroma anziché alla sostanza fondamentale colorante del globulo (2).

Resta ,■ quindi , assodato , che nella costituzione dei globuli rossi entrano due sostanze: il Rollet, il Kollmann ed altri le dicono fuse chimicamente, il Briicke ammette tra esse un rapporto di struttura, credendo, però, anche egli, come tutti quanti gli osservatori, che sie- no compenetrate l'una nell'altra, in modo da formare un tutto unico ed omogeneo. Ma le conoscenze sulla fina struttura di questi elementi, desunte dai trattamenti innanzi detti, e, specialmente, da quello all' aci- do borico, erano imperfette e si riferivano ai globuli nucleati, e, pro- priamente, dei batraci, mentre quelli dei mammiferi sono stati sem- pre ritenuti dei pezzi di plotoplasma omogeneo, impregnati di emo- globina.

Partendo, dunque, da questi dati, abbiamo cercato di vedere fino a qual punto fosse vera la teoria del Brùcke, e se, per avventura, i globuli rossi tanto dei mammiferi, quanto degli altri vertebrati aves- sero una struttura più complicata di quella ammessa finora.

(\) Rendiconto dell' Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bo- logna, 27 Dicembre 1877 Trinchese Intorno alla struttura reti- colare dei corpuscoli rossi del sangue della Torpedine e della midolla dei nervi della Rana.

(2) Nel correggere le bozze di stampa , ci giungono le diverse note sul sangue , lette dal Mosso all' Accademia dei Lincei , nelle quali, oltre a tante particolarità sui corpuscoli degli altri vertebrati, parlando di quelli dai mammiferi, dice che il protoplasma di questi " è formato per lo meno da due sostanze , che si compeuetrano tra loro e formano nello stato fisiologico una sostanza omogenea, ma che si separano , alterandosi il corpuscolo , e allora si vede che l'una è trasparente, 1' altra è quella gialla per emoglobina (Atti della R. Accademia dei Lincei, Voi. Ili, Fase. VII, pag. 252. Seduta del 3 Aprile 1887— Alterazioni dei corpuscoli rossi del sangue. Nota I del Prof. Mosso).

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II.

II mezzo usato da) Briicke e, poi, dal Kollmann, cioè l'acido borico al 2 Oiq, giova a dimostrare nel globulo rosso lo stroma e la sostanza colorante, ma li mostra alterati nei loro reciproci rapporti, e fa supporre in essi una struttura molto più semplice. Invece, per non produrre alterazioni di forma, di struttura in questi elementi, ab- biamo usato, come mezzo di diluzione del sangue, uua soluzione fisio- logica da 0,35 al '/j " o ^^ cloruro di sodio. Dopo questo trattamento, abbiamo colorato i globuli con diverse sostanze, di cui le principali sono: la soluzione di metil violetto al cloruro di sodio (soluziono di Bizzozzero), l'ematossilina eosinica (ematossilina Renaut e. e- 100, eosina \'o grm.), la fucsina, l'anilina verde (1 %ì, il bleu d'anilina al cloruro di sodio e l'acqua di Lugol. Queste colorazioni le abbiamo usate anche dopo fissati rapidamente i globuli con una soluzione al- l'I % di acido picrico, onde sorprenderli prima che andassero sog- getti ad alterazioni postmortali. Infine, come mezzo di conservazione dei preparati, dopo i predetti trattamenti, è utile la soluzione di biclo- ruro di mercurio al '4 % (Harting).

Trattando i globuli rossi umani col metil violetto predetto o colla ematossilina eosinica, e, secondariamente, col verde d' anilina, si distingue, dopo alcuni minuti, in essi un reticolo più o meno fitto, nelle cui maglie sta una sostanza amorfa, che si colora meno inten- samente. Ciò si vede confusamente con un ingrandimento ordinario

. 340 di—j (l), ma per ottenere un'imagine chiara è necessario l'ob- biettivo ad immersione, cioè un ingrandimento di (2), ed allora

la differenza di colorazione s'accentua, ed appariscono, qua e là, nei punti d'incontro dei filamenti della rete, come dei granuli di varia grandezza, anch'essi fortemente colorati. Questo reticolo non è molto fitto; le sue maglie sono di forma irregolare, dove più, dove meno addensate, e di varia larghezza in uno stesso elemento. I rami sono piuttosto grossi, tanto che alcuni sembrano quasi costituiti di due fila- menti addossati, che, poi, si separano; la più parte di essi si conti- nuano 0 si fondono tra loro, alcuni pare che terminino indipendenti.

(1) Oc: .3 -Obb: 8. Koristka.

(2) Ce: 3 Obb:-— Imin: omog : Koristka.

71

Nel contorno si vede una linea colorata abbastanza fortomonto , la quale sembra più larga accrescendo la distanza focale, e che simula una parete cellulare, ma, in realtà, è il limite esterno della rete, co- stituito dai fìlaraonti, che trovansi nella riunione delle due superficie del corpuscolo. È notevole il fatto che tale struttura in alcuni glo- buli è più che mai netta ed evidente, in altri quasi non si distingue e, tra questi due estremi, vi sono dei gradi intermedi. Tutto ciò si vede, ma con minore chiarezza , colle altre sostanze coloranti enumerate, anche dopo aver fissato i globuli coli* acido picrico. Dietro l'azione di quest'ultimo, spesso le emasie mostrano una tendenza a formare degli ammassi, conservando, però, integri i loro contorni. Infine, specialmente sotto l'influenza dell' ematossilina eosinica, vedesì, non di rado, una particolare alterazione dei globuli, i quali assumono un aspetto cla- vato 0 piriforme , oppure si allungano e cacciano da un estremo uno o due prolungamenti aguzzi. Tali forme, perchè costanti, caratteristi- che e comuni a molti di essi, ci paiono atteggiamenti dei globuli nel morire in quei mestrui, tanto più che , spesso , non sparisce neppure la struttura reticolata già descritta. Non altrimenti si comporta il sangue degli altri mammiferi, p. es: coniglio, cavia, cane etc.

Negli animali giovani, come nei feti, quasi a termine, di cavia, e nei conigli neonati, il reticolo è più fitto ed evidente che negli adulti, ma, in compenso, i rami sono più sottili e semplici; si veggono ugual- mente i granuli ed il contorno marcato. In generale , nei feti e nei giovani, questa struttura è comune alla più parte dei globuli e, molto raramente se ne trova qualcuno omogeneo.

Venendo ai globuli nucleati, i mezzi più efficaci per metterne in evidenza la struttura sono: l' ematossilina eosinica e l'acido picrico, soli o successivamente combinati , la fucsina e 1' anilina verde , la quale agisce dopo molto tempo. In quelli di rana (rana esculenta)^ la parte, che più rapidamente e fortemente si colora , è il nucleo, il quale può presentarsi omogeneo o mostrare chiaramente il reticolo di cromatina, secondo i diversi stadi del ciclo vitale dell' elemento; anzi, nelle rane prese di fresco , vedesi, talvolta, allungato o a forma di bisaccia, e, tal'altra, strozzato più o meno completamente. Nel proto- plasma, poi, si distingue, molto nettamente, una rete, in cui le m:iglie sono più strette e più regolari, sia per forma sia per disposizione, ma i rami più sottili che nei mammiferi. A piccolo ingrandimento questa rete sembra continuarsi con quella del nucleo, ma coli' obbiettivo ad immersione tale co.itinuità più non appare. In mezzo alle maglie sta la sostanza amorfa, e nei nodi e nelle maglie si veggono, anche ad ingran- dimento piuttosto debole, i granuli, i quali dipendono, in parte, dalla sovrapposizione dei rami, ed in parte, sono le sezioni ottiche reali o

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virtuali di quelli, che, venendo dal fondo, si terminano, senza più ra- mificarsi. Nella rete vi sono dei rami fondamentali, che partono con una certa regolarità dal contorno del nucleo, e, portandosi verso la periferia, cacciano lateralmente delle ramificazioni. CoU'acido picrico in soluzione satura {5 7o) il reticolo appare più fitto e la sostanza amorfa si rapprende quasi in granuli nelle maglie di esso; questo fe- nomeno devesi attribuire certamente all'azione del liquido concentrato, perchè non si ha collo stesso reagente in soluzione diluita. Anche nelle rane questa struttura non è ugualmente chiara in tutti i globuli, anzi talvolta se ne vede qualcuno con protoplasma perfettamente omoge- neo e nucleo più fortemente colorato, da cui partono dei raggi, che possono ramificarsi leggermente verso la periferia, e sono i rami che innanzi abbiamo detti fondamentali, appunto perchè si veggono anche quando mancono gli altri. Questi rami si distinguono meglio nei glo- buli dei girini, in cui il reticolo è leggermente più semplice.

Le più frequenti alterazioni sono l' arrotondamento e la fuoriu- scita del nucleo; sotto l'azione dell'acido picrico saturo si manifesta una tendenza a riunirsi; coli' ematossilina eosinica si ha la formazione quasi di vacuoli nel protoplasma e, qualche volta, quest' ultimo cac- cia un prolungamento abbastanza spesso e arrotondato in punta , nel senso dell' asse maggiore. Infine, ripetendo la reazione all' acido borico 2 %, e colorando il sangue, così trattato , col metil violetto al cloruro di sodio, in mezzo agli altri elementi alterati, ne abbiamo visto raramente qualcuno, in cui si distingueva il reticolo integro o spezzato.

Per l'esame del sangue degli uccelli {carduelis elegans,2^asser Italicus), dei rettili [lacertaagilis,laceriaviridis)edQÌ pesci {anguilla viUgaris, cy]orinus auratus) il miglior mezzo è l'ematossilina eosi- nica , previa o non la fissazione coli' acido picrico. Negli uccelli si vede il nucleo colorato più intensamente, e, nel protoplasma, la sostanza amorfa col reticolo meno fitto che negli altri vertebrati; in esso si di- stinguono più nettamente i filamenti, che partono dal nucleo , e che (lai appaiono più chiaramente come rami fondamentali.

Nei pesci e nei rettili, invece, il reticolo è poco meno fitto che nelle rane, mentre è quasi uguale tra loro. Per la disposizione doUe maglie, poi granuli e pei filamenti si ripete ciò che abbiamo descritto pei batraci; ed egualmente, sulle alterazioni non v' ha nulla di spe- ciale, dopo quello che abbiamo detto sui globuli di rana. Anche in tutti i corpuscoli nucleati appare un contorno più o meno marcato da simulare una parete.

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III.

Questi fatti a noi sembrano sufficienti a dimostrare che il proto- plasma dei globuli rossi di qualunque vertebrato è costituito di due s )stanze, delle quali una è disposta a rete, fatta di maglie più o meno strette e complicate, mentre l'altra rappresenta una massa omogenea. Di queste due sostanze quella che forma la rete a noi pare che sia la parte colorante. Infatti, il decolorarsi e, quindi, lo sparire dei glo- buli rossi sotto l'azione dell'acqua distillata, su cui si fondava, come abbiamo visto, una opinione erronea circa la struttura di questi ele- menti, oggi non ha altra- importanza che di un fatto puramente chi- mico, cioè la soluzione della sostanza colorante nell'acqua. Ora, noi abbiamo posto a profìtto questa reazione per scindere le due sostanze, che costituiscono il globulo, sottraendogliene una. Quindi, dopo diluito il sangue coll'acqua distillata e assicuratici che tutti i corpuscoli rossi erano scomparsi, abbiamo fatto pervenire per imbibizione sott'"» il co- vroggetti una delle stesse sostanze coloranti da noi usate pei globuli integri, e, principalmente, il metil violetto al cloruro di sodio, Facqua di Lugol e r ematossilina eosinica. Con questi trattamenti, i globuli dei mammiferi si colorano pallidamente, anzi coll'acqua di Lugol si vede il contorno colorato molto intensamente e il centro quasi dello stesso grado di colorazione del campo del microscopio, mentre col metil violetto appariscono come dischi pallidi, fatti d'una massa omo- gonea, in cui non si può distinguere nessuna struttura, e coli' ema- tossilina eosinica, il globulo si deforma e si accartoccia su stesso, in modo da presentare delle strie irregolari, dipendenti dalla sovrap- posizione della sostanza, che mostrasi sempre del tutto omogenea. I globuli degli altri vertebrati, poi, mostrano colorato intensamente il nucleo e debolmente il protoplasma, che è omogeneo, non altrimenti della massa dei globuli dei mammiferi. Costante in tutti questi prepa- rati è la presenza tra i corpuscoli tanto con nucleo, quanto senza, di masse informi e quasi finamente granulari , costituite dalla sostanza colorante, che si e disciolta e poi precipitata.

Poiché, dunque, sciolta la parte colorante, il reticolo sparisce, possiamo affermare che è appunto questa, che forma la rete, mentre il resto è la sostanza amorfa, cioè lo stroma. La fittezza, poi, e com- plicatezza della rete dipende dalla maggiore o minore quantità di so- stanza colorante, e questa è, probabilmente, in rapporto colle diverse età dei globuli, i quali, come tutti gli altri elementi viventi, hanno un ciclo di vita a sé, e, quindi, « nei differenti periodi di vita non hanno gli stessi attributi morfologici , i fisiologici », giusta la defiui-

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zione delle cellule, data dal Paladino (1). E, così, i globuli vicini a morire dovranno mostrare una rete meno distinta, dovechè gli ele- menti giovani la mostrano molto fitta ed evidente , sicché cjuesta è indizio di rigoglio e di giovinezza dei corpuscoli, come mostra il fatto che nei feti essa si può dire universale. Oltre a ciò , il reticolo pre- senta delle differenze nelle diverse classi zoologiche, e, in generale, può dirsi che , dove aumenta la fittezza delle maglie , diminuisce, in compenso, la grossezza dei rami, e viceversa.

L'immagine da noi data dei globuli rossi potrebbesi crederò ef- fetto d' una alterazione del protoplasma di questi elementi. Ma, se ciò fosse, si dovrebbe avere l' impicciolimento di essi, l' irregolarità del contorno, che, più facilmente, si renderebbe dentato, e, futt'al più, si potrebbe avere l'aspetto granuloso del protoplasma, non quello d'una rete a maglie regolarmente disposte. Di più , la stessa retrazione do- vrebbe accadere dopo il trattamente coli' acqua distillata, quindi, an- che in questo caso , dovrebbe apparire il reticolo. Ma , per togliere ogni dubbio, abbiamo cercato di sorprendere 1' atteggiamento del glo- bulo prima di morire, e, per questo, ci è servita, come abbiam detto una soluzione all' 1 "/o di acido picrico.

Noi, adunque, abbandonando l'idea del RoUet, crediamo che quella del Briicke debba essere completata. Questo osservatore provò, l'esistenza, nei globuli, di due sostanze, ma i mezzi da lui adoperati non gli permisero di determin^irne il rapporto con esattezza. Egli cre- dette che una di esse fosse una massa morta destinata a formare delle semplici concamerazioni all'altra; e da ciò derivarono le denomina- zioni di zooide ed oecoide, nomi che non è utile di conservare nel loro significato, perchè nei globuli, come in qualunque altro elemento dell' organismo , tutto è vivo. Le nostre osservazioni ci autorizzano a dire che tra le duo sostanze vi è un intimo rapporto di struttura, sebbene non ne risulti un tutto omogeneo, ma l'una è disposta a rete, r altra costituisce una massa amorfa. Questa disposizione si estende anche ai globuli dei mammiferi, sicché la sola nota istologica differen- ziale tra le due specie di emasie é, a parte la forma e l' esistenza del nucleo, una diversa complicatezza e disposizione della rete.

Dopo ciò, sentiamo il dovere di dichiarare pubblicamente la nostra gratitudine al Prof. Paladino, il quale, baci assistito e diretto in questo primo lavoro scientifico.

Dal Laboratorio di Istologia e Fisiologia Generale della R. Uni- versità di Napoli, 18 aprile 1887.

(1) Paladino Istituzione di Fisiologia Voi: I. Cellule e derivati cellulari o forme della materia viva.

Di uno eccesso di ferro in taluni vini, (xuale cavi- sa (li fenomeni speciali. Coinuiiicazione preli- liminare del socio ordinario non residente A. Fonseca.

(Tornata del di 11 maggio 1887.1

Taluni vini dell' Italia meridionale, massime se bianchi, presentano dei fenomeni speciali, che spesso li depreziano. Per la rapidità con cui tali fenomeni si manifestano e per il fatto che poco o nulla si sa ancora della loro natura, essi impensieriscono sovente coloro, che at- tendono alla fabbricazione ed al commercio di tali vini. Lo studio pertanto di questi fenomeni, per conoscerne la natura e per ricercare i mezzi per influire su di essi, è da ritenersi di grande importanza. Avendo io seguito da più tempo, attentamente da vicino, lo svolgersi di tali fenomeni, raccolgo succintamente, in questa prima comunica- zione preliminare, le principali osservazioni fatte finora.

Esponendo all' aria certi vini bianchi di talune regioni dell' Italia meridionale, specialmente di quella Pugliese, si ha ad osservare come in breve essi subiscono spontaneamente speciali alterazioni. Il colore da giallo chiaro od ombrato diventa verdognolo o verde nericcio e perdendo ogni vivacità, si fa fosco, smorto; spessissimo la limpidezza scompare ed il vino diventa poco a poco velato, torbidicclo: alla de- gustazione si riscontra un mutamento di sapore accompignato da una certa ruvidezza speciale, caratteristica. Questi fenom3UÌ spesso av- vengono in tempo brevissimo, bastando alle volte esporre all'aria del vino in un bicchiere per uno o due ore.

Esponendo all'aria dei vini rossi si avranno a constatare altera- zioni simili sebbene in modo meno appariscente stame l'intensa colo- razione dei vini rossi meridionali. Essi acquistano un colore bruno o bluastro-nericcio, parimente fosco, smorto; si intorbidano e si alterano nel gusto allo stesso modo dei vini bianchi.

Lasciando questi vini in riposo essi ritornano gradatamente più 0 meno limpidi dando luogo a speciali depositi, i quali sono di color cenerognolo o perfettamente nero per i vini rossi. Tale deposito è talvolta polverulento, talaltra come poltiglia o vischioso, filante.

In molti casi ho avuto a constatare, nello illimpidirsi dei vini, un perfetto ripristinamento del sapore e della tinti, in altri sono ri- masti sensibili mutamenti sia nell'uno che nell'altra.

In molte occasioni poi ho avuto ad osservare come da molti pro- duttori nel travasare del vino, rosso o bianco, si ottenevano nel fon- do delle botti, lecci neri, in varia quantità. Gli altri fenomeni in que- sto caso sfuggivano, naturalmente, all'osservazione.

76

Le forme speciali sotto le quali questi fenomeni si manifestane»

sono varie.

In seguito ad osservazioni e considerazioni in proposito, potei de- durre che i citati fenomeni erano dovuti ad un eccesso di ferro con- tenuto nel vino. La presenza del ferro tra gli elementi minerali che entrano a far parte della costituzione dei vini è stat-a ormai dimo- strata da vari autori. Ora un eccesso di tale elemento poteva dar luogo ai citati fenomoni.

Ho impresi a tal uopo numerosi saggi analitici qualitativi, i quali sono stati eseguiti agendo :

1.° Sopra ceneri di vari vini che presentavano spiegatamente i citati fenomeni.

2." Sopra ceneri di molti depositi di varia età, da pochi mesi ad otto anni, bianchi e rossi; dei primi alcuni del color giallo paglino," altri giallo ombrato in bottiglie o damigiane. I depositi furono rac- colti nel fondo dei citati recipienti dopo che il vino v'aveva soggior- nato più tempo, da alcuni giorni a più anni, ovvero nel fondo de'bic- chieri entro cui era stato lasciato il vino alcuni giorni.

3." Sopra soluzione cloridrica, direttamente ottenuta dai citati de- positi, prima raccolti sopra filtri.

In tutti i fasi constatai con evidenza una esuberanza di ferro.

L'eccesso di ferro in questi vini può derivare sia dal terreno, aia dall'uso nella vinificazione di macchine, apparecchi o recipienti, di ferro o con parti di ferro. In molti casi, constatata l'esclusione dell'uso di macchine, apparecchi o recipienti contenenti ferro, durante la vi- nificazione, specialmente per i vini bianchi, ho dovuto attribuire al terreno, l'origine dell'eccesso di ferro osservato nei vini; e ciò con tanta maggior ragione per quanto vini di una stessa zona di terreno contrada presentavano fenomeni identici e di pari intensità. Ciò av- viene di frequente in Puglia, ove molti terreni so.io ricchi in ferro.

L'annerimento o l' inverdimento dei vini bianchi, assieme al più () meno spiccato intorbidamento, sarebbe dovuto al fatto seguente. Il ferro, che in quantità esuberante è contenuto nel vino, trovasi allo stato ferroso, sotto forma a preferenza di tartrato. Sottoposto il vino all'azione dell'aria, il sale ferroso, ossidandosi, passa al massimo, allo .stato ferrico, nel quale stato, in presenza del tannino del vino stesso, luogo alla formazione di tannato ferrico. Ora il color nero del tannato, anche in piccola quantità, difi\iso nella massa di un vino im- prime una certa colorazione verdognola alla tinta di varia gradua- zione di giallo dei vini detti bianchi. Precipitando poi il tannato fer- rico, assieme ad altre materie sospese, ned fondo del recipiente con- tenente il vino, questo resterà limpido ed il deposito sarà nero o ne-

rognolo. E la differenza di tinta del tannato ferrico in rapporto alle altre sostanze contenute nei depositi fecciosi dei vini.

Una prova di quanto espongo l' ho avuto aggiungendo ad un vino bianco, che riconobbi nulla soggetto ad inverdirsi od intorbidarsi nel modo descritto, una piccola quantità di tannino e di un sale ferrico (cloruro). Il vino manifestò i fenomeni descritti; lasciandolo in riposo tornò limpido e del colore primitivo, mentre un deposito polverulento nero si raccoglieva nel fondo dei tubi da saggio saggio, entro cui il vino era contenuto.

Per le ragioni esposte un vino rosso prende la tinta bUiastra-ne- riccia citata.

I fenomeni di cui si tratta possono ripetersi più volte in uno stesso vino, allorché si fa loro subire più volte il contatto dell'aria. Durante un anno ho travasato 4 volte un vino bianco dell'età di 7 anni, conservato in bottiglie, le quali avevano abbondante deposito mentre il vino era limpidissimo e di buon colorito. Ogni volta questo vino ha dato luogo a mutamenti di tinta, ad intorbimenti ed a nuovi depositi, i quali hanno sempre manifestato un eccesso di ferro. Ad ogni volta però i fenomeni si son manifestati con minore intensità.

Dalle osservazioni e dai saggi qualitativi riportati mi credo in grado di attribuire ad un eccesso di ferro i fenomeni descritti. Riten- go però necessarie ulteriori osservazioni ed esperimenti nonché adatti saggi quantitativi in proposito. Spero poter presto fornire i risultati 'li tali osservazioni, esperienze e saggi.

Barletta, E. Cantina speìHmentaJe, Aprile 1887,

La vaiolatura degli agrumi. Studio del socio ordi- nario residente L. Savastaao.

(Tornata del di H maggio 1887.)

1. Bibliografìa e diffusione del male. li. Decorso del male. III. Coa- dizioni di sviluppo. IV. Cause del male : il ballerio della vajululura degli agrumi. V. Identità del batterio della vajolatura e del marciu- me delle radici.

I. ,

Garuel e Mori (1) esaminarono il male sopra arance , prove- nienti da Grottammare (Ascoli-Piceno): per causale ritennero la fu-

(1) Sulla vajolatura delle Arancia. Nota.— N. Criorn. hot. it. voi. XI. p. 214, 1879.

78

maggi ne , Capìiodiiim citri Berk et Desm; rinvennero ancora le « solite volgari muffe » ed il Lecanium Hesperidum, ai quali non si poteva dare colpa alcuna.

Cattaneo (1) ricevè dalla stazione agraria di Caserta arance similmente affette: accagionò del male una Pleospora, la quale ritenne per specie nuova: P. Hespóridearum. Tentò inoculare il male con i seguenti esperimenti sulle arancie sane. 1.'' Inoculazione di ascospo- re con intacco di temperino. 2.** Identica inoculazione con macroconidii. 3-° Imbrattamento dell'epicarpio con ascospore. 4.° Lo stesso con ma- croconidii. Il solo 4.° esperimento riuscì.

Pio studiata questa malattia negli agrumeti della Regione vesu- viana. Tranne i due casi citati sopra , non mi costa che il male sia diffuso in altre regioni agrumarie : probabilmente queste non ne sa- ranno del tutto immuni; ma il male non allarma , perchè poco dif- fuso; benché lo potrebbe da un anno all'altro. Nella Regione vesu- viana si presenta sporadico : nella prossima Regione sorrentina gli agrumiti sinora li ho trovali immuni da tale affezione.

Tra le due denominazioni del male, vaiolatura data dal Caruel' e nebbia data dal Cattaneo, preferisco la prima perchè mi sembra più giusta e razionale.

II.

Il male incomincia con una leggiera chiazzetta di color nerognolo sull'esocarpio, che va diffondendosi fra gli interstizii delle numerose glandolo. Ed in ciò si differisce macroscopicamente da un fatto trau- matico — grandine od altra percossa, poiché la macchia che de- riva dalla contusione, ha un centro più livido, che corrisponde al cen- tro di percossa, e poi il colore si va sfumando perifericamente. Pro- cedendo il male la macchia si allarga, invadendo anche le glandolo; piglia forme diverse; per lo più affetta la tondeggiante, e resta affon- data nel tessuto sano. Contmuando lo sviluppo del male le diverse chiazzette ingrandiscono, e, se sono numerose e forti, si uniscono, riu- scendo talvolta ad invadere tutto il frutto , che diventa di un laido color nerognolo. Questi sono i fenomeni esterni del male: esaminia- mone gli interni.

Il male si sviluppa verso la parte esterna dell'esocarpio, rispet- tando lo strato cuticolare , e le glandolo. Sviluppandosi non solo si

(1) La Nebbia degli esperidj. Studj. Archivio laboratorio crit- togarn. di Pavia. Voi. IV. p. 5-8 tav. Milano 1883.

70

diffonde nell'esocarpio, ma penetra nel mesocarpio, annerendo ancho questo. Penetra poi nell'endocarpio e lo invade rapidamente, facen- dolo marcire. Quando il male siasi diffuso con vigore nell'endocarpio il frutto si disarticola, e cade ordinariamente; altre volte resta at- taccato.

III.

Le condizioni di sviluppo del male possono essere: l." costituzio- nali: 2." derivanti dall'ambiente: 3." stato di maturità del fruito.

1." Costituzionali. Le diverse specie di agrumi sono diversa- mente attaccate: i dati che ho potuto costatare sinora sono i seguenti.

1. Limone (C. Limonum) molto affetto : sino alla invasione to-

tale del frutto e sua caduta.

2. Manderino (C nobilis) id. id.

3. Limetta (6. LimetLa) id. id.

4. Arancio (C. Aurantium) affetto meno delle spacie precedenti.

5. Melarosa (C. Bergamia var: Mellarosa) id.

C. Pomo d'Adamo (C. vulgaris var. Pomiim Adami) id.

7. Arancio amaro {C. vulgaris) esente sino ad ora.

8. Pompelmo (C. decumana) id. id. 0. Chinotto {C. sinensis) id. id.

Le osservazioni 8 e 9 le presento sotto riserva, perchè fatte su di un numero limitato di piante, non essendo tali specie molto coltivate. L'arancio amaro si mantiene per questa, come per le altre affezioni, sempre il più resistente.

2.° e 3." Per le cause derivanti dall'ambiente e per Io stato di maturità del frutto riporto il seguente quadro. I dati metereologici sono presi dall' Osservatorio metereologico della R. Scuola Sup. d'Agricoltura in Portici. Le osservazioni fenologiche sono fatte nel Campo sperimentale di Arboricoltura della detta Scuola in Boscoreale. La distanza fra i due paesi essendo di pochi chilome- tri e le condizioni poco diverse, i dati metereologici di quello possono servire con sufficiente approsiraazione per questo.

80

De- Tcniper. cade media

Pioggia mm.

Giorni piovosi

OSSER VA ZIONI FENOL O CICHE

I

10,5

81, i

8

11

13,1

3,9

3

III

8,2

77,4

8

I

8,

124,5

10

II

'^A

3

III

S,2

I

7,T

28,C.

8

II

6,i

9,4

3

III

9,1

16,5

3

I

11,5

5,2

1

13, '1

14,5

3

III

1-2,1

~,1

5

I 11,8 29,0

11,:

14,5 10,4

I I 18,1 I 5,i

Incomincia la matui'azione dei manderini.

c3-E3]srnsr-A.JO isst"

Segue la maturazione dei detti.

Incominciano a comparire sui mandarini (frutti, le macchiette di vajolatura; il male si pre- senta sporadico: talune piante sane ; poche affette.

limale procede rapidamente nelle piante affette.

Manderini delle piante all'ette intensamente at- taccati: in due o tre giorni i frutti si sono an- neriti completamente. Incomincia la matura- zione dell' Arancio dolce e Limetta.

Sono attaccati 1' Arancio dolce, la Limetta ed il Pomo d' Adamo. Limoni immaturi; sono immuni.

Il male continua nelle precedenti specie, però con intensità minore.

I Limoni cominciano a maturare: qualche pianta

fra questi, ed in queste taluni frutti, cioè quelli più maturi , accennano al male. Si arresta il male negli Aranci e Limette: sono raccolti.

II male continua a svilupparsi nei Limoni, ma lentamente, qualche frutto cade.

Le macchie del raale si arrostano nei Limoni sia nel loro sviluppo periferico che radiale.

id. id.

id.

id.

id.

id.

Completo aiTesto del male: talune macchiette si sono an-estate perlino nel loro stato ini- ziale.

81

Dal quadro su esposto risulta:

1.'' Che il male è sporadico e non attacca uniformemente tutte le piante di un agrumeto.

2." Che il male si sviluppa a misui'a che incomincia la maturità di una data specie: di fatti ha proceduto nel seguente ordine. 1." Man- derino 2.'' Arancio dolce, Limetta e Pomo d'Adamo. 3." Limone. E questo è appunto l'ordine di maturità delle diverse specie.

3.^ Una stagione piovosa aggrava il male: difatti il male è inco- minciato a comparire e ad aggravarsi in seguito al periodo piovoso accaduto nella III decade di Dicembre e nella I di Gennaio.

4." Una stagione secca invece l'arresta : come è successo per i Limoni, noi quali il male si è arrestato in seguito alla stagione secca del Marzo, Aprile e Maggio (I Decade).

IV.

Esaminiamo le cause del male. Prima di tutto sono da esclu- dersi le cause meteoriche , quali il gelo e la grandine. Tali cause , quando producono un effetto , questo si presenta con una certa uni- formità: invece il male si presenta sporadico. Inoltre P agrumeto nel quale ho studiato il mile non ebbe a soffrire grandine gelo.

Parasiti animali o vegetali, oltre i soliti troppo noti, non ne ho costatato alcuno in correlazione col male. In riguardo poi specialmente ai parasiti vegetali , ai quali più facilmente può essere addebitato il male . non ho constatato la loro presenza se non nello stadio a^'an- zato del male: quando cioè era incominciato il disfacimento e perciò non ne ho tenuto conto alcuno. Nello stadio iniziale del male non ho constatato in tutte le oss3rvazioni parasita alcuno.

Però ho constatato la presenza di un batterio. Ho fatto le col- tivazioni di questo in gelatina sterilizzata assoluta. Ho tenuto le col- ture neir ambiente del gabinetto , sviluppandosi' il batterio alla tem- peratura ordinaria : le temperature medie oscillarono tra 7.° e 14.° Dopo 4 0 5 giorni si è incominciata a formare la zooglea , la quale non si è più formata nelle successive coltivazioni. Ho eseguiti gli esperimenti di inoculazione con batterli di 2^ e 3." coltivazione ed ho avuti i seguenti risultati.

Se si facciano gli intacchi con bisturi , comunque si voglia leg- gieri 0 profondi nell'esocarpio del frutto, e dopo ci si inoculi il bat- terio, non si ha risultato alcuno, poiché la parte del tessuto distaccato si dissecca rapidamente ed il batterio non procede nel suo svdiippo. Risultati pure negativi si hanno allorquando invece di fare un mtacco si faccia un piccolo bucherello: il tessuto si dissecca ed il batterio si arresta.

82

Dopo diversi altri tentativi sono riuscito ad avere buoni risul- tati col seguente metodo. II batterio si sviluppa nello strato colo- rato dell'esocarpio, ma al di sotto dello strato corticale, e quindi vuole esser difeso dall' ambiente esterno; perciò le pruove precedenti riu- scirono negative. Introduco uno spillo sottile nell'esocarpio, facendolo procedere tra lo strato colorato di esso: lo spillo va introdotto per un centimetro circa; millimetri più o meno poco importa. In questo modo si fa una ferita , la quale resta in comunicazione coli' ambiente solo per quella semplice puntura dello spillo. Dopo si intinge lo spillo nella coltivazione e si introduce nella ferita già fatta: per una buona pre- cauzione si ripeta questa seconda operazione.

Dopo aver fatte diverse inoculazioni in un frutto, lo metto so- speso in una campana di vetro e la tengo all'ambiente. Per diminuire l'evaporazione del frutto, poiché rendendosi troppo secco il male si arresta, corno si è visto dianzi a proposito delle condizioni dell' am- biente , uso bruciarne il peduncolo e tenere un cristallizzatore sotto la campana con un poco di acqua.

Procedendo a questo modo ho avuto dei buoni risultati: son riu- scito ad inocular il male : nelle pruove di confronto non ho avuto r indizio del male.

Inoltre ho fatto inoculazioni di batterli ottenuti dai Manderini sull'Arancio, e di quelli ottenuti dalla Limetta sul Limone, ed ho avuto sempre risultati identici. Ciò vuol dire che il batterio è unico per le diverse sjìecie di agrumi.

In seguito quindi ai risultati ottenuti denominerò questo batte- rio temporaneamente: Il batterio della vaiolatura desili agrumi.

Non posso dare ulteriori ragguagli sulla biologia e natura di questo microrganismo, mancando degli apparecchi adatti.

Gli esperimenti di inonulazioni con la Pleospora Hesperidum fatti dal Cattaneo diedero risultati buoni soltanto servendosi dei macro- conidii. Questo esperimento mi pare non infirmi i miei , poiché un batterio può trovarsi annidato benissimo su d'un macroconidio, conu^ una spora di ruggine (Uredo graminis) su di un chicco di grano. Si aggiunga che, esaminando la biologia della Pleospora si troverà che le ascospore si producono tardi ed i macroconidii prontamente , e perciò questi portei-ebbero il batterio in istato di maggior virulenza « quelle di troppa attenuazione.

V.

Ilo voluto sperimentare se il batterio della vaiolatura fosse identico a quello del marciume della radice. Ho fatto le coltiva-

8H

zioni solite con battcì'ii pigliati dal marciume dolle radici di un arancio, morente col male. Ho fatte le inoculazioni ed ho avuto risul tati identici a quelli della vaiolatura. / due batterii sono quindi identici nei loro effetti.

Questo studio ha molta analogia con l'altro da me fatto: Il batte- rio del marciume dell' uva (1), anzi ne costituisce una ripruova. I due processi patologici hanno molta somiglianza. Simili analogie pre- senta a mio parere, la vaiolatura o nebbia delle pere studiata dal Burri 1 e dall'Arthur (2).

Gabinetto di Arboricoltura della R. Scuola Suj). d'' Agricoltura in Portici. Maggio 1887.

Uova e Larve eli Teleostei. 2.*^ nota preliminare del Socio ordinario residente Fed. Raffaele.

(Tornata del di 25 Maggio 1887.)

Altre uova pelagiche che abbondano in giugno e in luglio , ma cominciano a mostrarsi già fin dai primi di maggio, sono quelle della acciuga {Engraulis encrasicholus, L.). Esse sono di forma ellis- soide molto allungata, forma eccezionale tra le uova galleggianti; il vitello trasparentissimo è fatto di grossi segmenti in tutta la sua massa, ed ha aspetto identico a quello delle uova descritte nella nota pre- cedente (3); non vi è goccia oleosa; la capsula sottile è perforata dal solo micropilo che sta al polo inferiore. L' asse maggiore dell' uovo misura mm. 1,10 1,45, il minore intorno a mm. 0,45 0.66.

La forma caratteristica ciell'uovo si mostra di buon'ora nell'ova- rio: gli ovuli giovanissimi, trasparenti, sono rotondeggianti come d'or- dinario , ma , contemporaneamente alla comparsa delle granulazioni vitelline che rendono l'uovo opaco, questo assume la forma allungata.

L'uovo ovarico maturo è del tutto trasparente, il vitello presenta un sottile strato corticale granuloso, appena visibile, e un ammasso di grosse vescicole chiare a contenuto fluido, stivate tra loro.

(1) Il batterio del marciume dell'uva. Malpigliia Ann. I fase. IV. 1886.

(2) Arthur J. C. History and Biology of pear bligt. Pro- cedings of the Academy of Naturai Sciences of Philadelphia 1886. ID. 322.

(3) V. questo Bollettino, N. I, 1887.

84

Il passaggio dell'uovo dallo stadio opaco a quello trasparente che precede l'emissione deve accadere molto rapidamente, giacché nel- l'ovario non ho mai incontrato stadi di transizione dall'uno all'altro; fatto comune a molte specie di uova pelagiche.

Il germe , nelle uova emesse e fecondate , si raccoglie al polo micropilare. La forma dell' uovo permette di risolvere facilmente il problema sul modo di accrescimento del blastoderma , e lascia con- fermare le osservazioni di Kupffer, che il blastoderma, cioè, si ac- cresce uniformemente tutt' intorno ; infatti i margini del blastoporo vanno ad incontrarsi presso a poco al polo opposto a quello dove comincia la segmentazione.

L'incubazione dura 2-3 giorni; la larva quando esce dall'uovo è lunga circa 3 mm.., sottile, allungata trasparentissima, priva quasi af- fatto di pigmento , molto simile a quella descritta nella nota prece- dente ; la simiglianza si mantiene nello sviluppo ulteriore. La diffe- ferenza principale con quelle e con molte altre larve pelagiche di te- leostei sta in ciò che il vitello si prolunga molto indietro nella cavità addominale, tino a poca distanza dall'ano; la forma del sacco vitellino è per conseguenza molto ristretta ed allungata. Nelle larve di En- graulis si ritrovano i caratteri di quelle di altri clupeidi: la notocorda molto ampia, fatta di grossi segmenti disposti in una serie molto rego- larmente e le ripiegature trasversali della porzione post-pilorica del- l'intestino; anzi queste si mostrano forse alquanto più precocemente.

La conoscenza delle uova di Engraulis permette di riferire an- cora con maggior sicurezza le uova descritte nella nota precedente alla Clupea pilchardus. Viene inoltre riconfermato che la struttura vescicolare del vitello è un carattere esprimente affinità naturali (1).

Stazione zoologica di Napoli^ alaggio 1887.

(1) Quando avevo già letto questa nota me ne è giunta una del dott. Wenkeracii sullo stesso argomento dov'è brevemente descritto, e figurato lo sviluppo dell' acciuga (De Embryonale Oatwikkeling van de Ansjovis; Kon. Akademie v. Wet. te Amsterdam. 1887).

So

Note Elmintologie he: Sul nutrimento e sui paras- siti della Sardina Clupea Pilcliardus C. V. del g'olfo di Napoli. Comunicazione del socio ordinario residente Fr. Sav. Mo.\ticelli.

(Tornata del di 25 Maggio 1887.)

Le recenti ricerche del Poucliet e de Guerne (1) sul nutrimenti) delle Sardine {Clupea pilchardiis C. V.) dell'Atlantico mi hanno in- dotto a pubblicare le note che ho raccolto sul nutrimento e sui pa- rassiti delle sardine del nostro golfo.

Il nutrimento di esse, a quanto risulta dal contenuto dello sto- maco, consiste specialmente in Copepodi pelagici Calmiidae: Ceto- chilus longirenms Claus ed altri indeterminabili, Harpacticklae: Setella messinensis Claus, piuttosto rara nel nostro golfo, ed al- tre due forme , probabilmente nuove (2) ), in Cladoceri ( Podon , Evadile), in Pteropodi {Spirialis rostralis , alle volte abbondantis- sima, Creseis acicida, Hijalocylis striata), più raramente in Ete- ropodi {Atalanta peronii).

Insieme a questi si trovano resti di Radiolarii e di altri piccoli organismi irriconoscibili , uova di Crostacei (Copepodi) , radule di Molluschi {Pteropodi od Eteropodiì) e raramente avanzi vegetali {Diatoraee).

Come si vede la sardina, in rapporto evidente con le sue abitu- dini , ha un alimento esclusivamente pelagico e quindi variabile as- sai. Ciò mostra che essa, come ben nota il Pouchet (3) non sceglie il suo alimento; ma si nutrisce di ciò che trova; (4) in generale sem-

(Ij Sur la nourriture de la Sardine. C. R. Acc. d. Paris, T. 104. p. 712-715, 1887.

Prince Alberto de Monaco. L'industrie de la Sardine sur les cotes de la Galice. Extr. d. la Rev. Soientif. Paris 1887. pag. G.

(2) l^Euterpe gracilis ti'ovato nelle sardine dell'Atlantico dal Pouchet e de Guerne è possibile possa anche rinvenirsi nello sto- maco delle sardine nostre, pei'chè questo Harpacticidae in certe sta- gioni dell' anno s' incontra comunissimo, secondo quanto mi dice il

Giesbrecht; ma finora io non l'ho ritrovato.

(3) La question de la Sardine. Revue Scentifiq. 3. Sor. u." 24.

1887, pag. 731.

(4) Il Day nota la stessa cosa per la Clupea hareìir/us { Food of Fish. p. 18.)

86 -

predi animali di piccola mole. Il nuti'imento delle sardine del nostro golfo non differisce sostanzialmente da quello delle Sardine dell'A- tlantico; ma solo per la diversità degli animali, perchè in quelle Pou- cliet e de Guerne trovavano abbondantissimi Flagellati {Peridi- nium divergens Ehr, P. poh/edricum Pouch e resti di Ceratium), specialmente in quelle pescate a Corogne e che formavano quasi il ioro unico alimento, che io non ho ritrovati, e par lo contrario essi non hanno riscontrato Eteropodi e Pteropodi. I Cladoceri e Cope- podi di generi e specie differenti sono nutrimento comune anche alle sardine dell'Atlantico , come risulta pure dille osservazioni del Day (1), e qualche volta nutrimento quasi esclusivo (2). Nelle sar- dine delle coste S. W. dell'Inghilterra il Da!y (3), ha trovato anche resti di altri crostacei nella loro forma di zoea.

Dello sardine finora non si conoscevano parassiti entozoi (4), i pri- mi a farne cenno sono il Pouchet e de Guerne (op, cit.) che hanno ritrovato nello stomaco delle sardine pescate a Corogne « un Trema- tode microscopique (n. sp. ou ètat larvaire ?] » lo stesso che essi ave- vano frequentemente notato sulle nottiluche e nelle pesche pelagiche a Concarneau. Probabilmente le nottiluche sono il mezzo per il quale questo Trematode arriva nella sardina.

Nello stomaco delle nostre sardine ho trovato non raro, troppo- frequente , un Trematode che riferisco al D. ocreatum Rud. della Cliipea harengus e della C. aiosa (Wagener). Esso s'accorda bene con la descrizione e la figura che ne il Molin (5) , specialmente per la disposizione degli organi genitali, come con la frase diagnostica

(1) On the Food of Fishes. Papers of the conferences held iu connection with the great lotern. Fish. Esibition. Nello stomaco delle sardine (pilchardsj di Mevagissey Bay trova Ceniropages , typicus Kroyer, Temora longicauclata. Lubbock; Calanus finmar- chicus. G unner .

(1) Nello stomaco delle sardine pescate a Concarneau Pouchet e de Guerne hanno trovato solamente Copepodi ( Pleuromma armata Boeck, Calanus fiiwiarchicus. Gunner).

(3) The digestive organs of the Pilchard. The Zoologist. Ja- nuary, 1882.

(4) Sulle branche vive un Trematode descritto dal Benedenefc Hesse (Rech. Surles Bdellodes et Tremat. marius. pag. 99) Octocotyle jìilcJiardi. B. H., che per altro non si trova citato dal Linstow (Helmint. pag. 2G9j come parassita della Sardina.

(5) Donk. Akad. Wien XIX, p. 209-210. tav. III. fio-. 7.

87 --

<lello Stossich (1). Nei miei esemplari il tratto comune del tubo di- gerente è molto lungo (esofago), e le due branche intestinali molto esili si prolungano fino quasi a raggiungere 1' estremità caudale del corpo. L'ovario, piuttosto gi'ande, presenta quattro lobi, l'utero descrive molte circonvoluzioni ed arriva fino alla estremità del corpo, confor- memente alla figura del Molin, e leglandole vitellogene sono semplici- li tronco mediano del sistema escretore, come quello descritto e disegnato dal Wagener (2) nel D. ventrlcosum, all'altezza della ven- tosa ventrale si divide in due rami, cosicché ha l'aspetto di una Y (3). Il Distoma ocreatum perviene molto probabilmente nella Clupea pilchardus a mezzo dei Gopepodi. Sono indotto a questa conclusione, perchè essi sono i più largamente rappresentati e formano il nutri- mento principale della nostra Sardina, e perchè il Mdbius, secondo il Willemoes-Suhm, (4) e recentemante il Giesbrecht (5) hanno trovato nei Gopepodi del Baltioo (nei Ci/clops Will.-S., nel Pseudo- calanus elongatus [Lucullus acuspes] più frequentemente, e nel Cen- tropages hamatus il Giesbrecht) una sorta di Distoma appendice- lato che è lo stesso che il Mòbius (vide Will. Suhm op. cit.) crede si trasformi nella Clupea harengus in D. ocreautum Rud,

Il D. ocreatum è una forma comune a molti Glupeidi ( Clupea harengus, C. aiosa, C. pilchardus) ed i Gopepodi sono in generale l'alimento principale dei Glupeidi e spesso , come ho già notato per la Sardina, quasi esclusivo (6)

(1) I Distomi dei pesci marini e di acqua dolce. Trieste. 1836.. pag. 12, sp. D. ocreatum.

(2) Ueber Distoma appendiculatum. Arch. f. Naturg. XXVI. pag- 168. D. ventricosiun. taf. IX. fig. 3.

(3) Il Linstow (Helmiath. pag. 269. N.° 1462) nell' eaumerare i parassiti della Clupea aiosa mette il D. ocreatum Molin =: D. ven- trlcosum. Ora il D. ocreatum Molin èia stessa cosa ch@ il D. ocrea- tum Rad, che egli segna fra i parassiti della Clupea hareuf/us e ch3 è differente dal Z>. ventrlcosum: esso è quindi una specie distinta da quest' ultimo.

(4) Blologisches Beobacht. iiber nieder Meersthiere. Zeit. f. Wiss.. Zool. Band. XXI. p. 383. §. 3 Eatwick. eines appendiculate Distoms.

(5) Die freilebenden Copepoden der Kieler Fohrde Bericht Comm. zu Wiss. Unterà, d. Daut. Meere in Kiel. 1877-81. p. 163.

(6) Mobius nel Baltico ha frequentemente osservato ch3 il conte- nuto dello stomaco della C. harengus constava esclusivamente di Go- pepodi. (Temora longlreìnis)~-J^h.vsh. d. Gomm. zar. Wiss. Unter. d. Deut. Meer in Kiel, 1873, Exped der Untersuchiing. der Ostses in Sommer 1871, cap. IV. pag. 140-141.

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Nell'intestino delle Sardine che ho dissecate in gennaio e febbraio di questo anno ho trovato delle piccole blastocisti che mostravano al- l'altezza dell'invaginazione del capo due macchie, formate da granu- lazioni di color rossovivo.

Operando una leggiera pressione sul coprioggetti si fa svaginare facilmente il capo ei appariscono quattro botridii ellittici, e dietro a questi le macchie rosso vivo: la cupula terminale dello scolice è poco sviluppata.

Delle Clupee si conoscono solamente un Bothriocephalus fra- gilis {Clupea aiosa), un Phyllobothriun? sp Olsson della Clupea harengus ed uno Scolex Clupeae fìntae Bend {Clupea finta).

Esaminando i cestodi trovati nella Sardina , ho visto che essi si riferiscano alla forma descritta dall'OIsson (1), [Pkyllobothriumì sp. {Scolex) 1 , ne differiscono solo per il poco sviluppo della cupula ter- minale. Questo scolice delle Clupee perchè ha quattro ventose, è un Tetrabothridae; ma, piuttosto che al genere Phyllobothrium al quale lo riferisce con dubbio il Linstow (2), perchè sprovvisto di botridi accessorii, i quali si trovano pure negli scolici di quei Cestodi che li posseggono allo stato adulto , io son d' opinione che sia da riguar- darsi lo scolice di un Tetrahothìnum , come , per altro , esprime il dubbio lo stesso Olsson nel citato suo lavoro (pag. 30).

Nello stomaco di Mustelus, vulgaris, Notidanus cinereus, Sjìj- mnus lichia che sono pesci pelagici, ho trovato fra gli altri, resti di Clupea pilchardus.

Egli è quindi probabile che le Sardine vengano mangiate da que- sti Plagiostomi o dagli altri che anche menano vita pelagica e che nel tubo digerente di questi lo scolice di Tetraholhrhmi raggiunga lo stato adulto.

Lo Zschokke (3) ha trovato recentemente nel Mustelus laevis del nostro golfo un Tetrahothrium sp; ma a nessuna delle specie di Tetrabothrium che ho finora osservate nei Plagiostomi, può riferirsi lo scolice rinvenuto nella Sardina.

Xapoli, Stazione Zoologica, Maggio 1887.

(1) Lund's Univers. Arsskrift. HI, pag. 29-3S Scolices Phyllo- I)othriorum vel Phjdlacanthinoriim, N. 4.

(2) Helminth. pag. 26S-2G9, n." UGO.

(3) Helminth. Beob. Mifct. Zool. Stat. Neapel. VII Bd., 2 Heft., ])ag. 2(17.

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Intorno ad alcuni cisticerchi dei rettili. Xota pre- limimire del socio ordinario non residente Ci:sari: Ciìktv.

(Tornata del di S Giugno 1887.)

Cisticerchi deW Ascalabotes mauritanicus, Bonap.

Nella cavità peritoneale d'un Ascalabotes mauritanicus il Dott. Fr. Sa V. Monticelli rinvenne cinque piccole cisti, che cortese- mente volle porre a mia disposizione.

Ulteriori osservazioni dimostrarono trattarsi di cisticerchi; misu- ravano alcuni mra. 0,84 di lunghezza e mm. 0,77 di larghezza ; gli altri ram. 0,50 di larghezza e mm. 0,56 di lunghezza; di color bianco sporco oppure gialletti.

L' invaginazione appariva evidente e si mostrava tinta in giallo più intenso del rimanente del corpo; la curva, che l'invaginazione de- scriveva, era semplice.

Le v^entose, robuste e grandi, misuravano mm. 0,17 di lunghezza e mm. 0,11 di larghezza. Questi cisticerchi inoltre erano privi di ve- scica caudale e di uncini.

I corpuscoli calcarei numerosissimi misuravano mm. 0,013 di lun- gliezza e mm. 0,006 di larghezza.

Non sapendo per ora con certezza a quale specie di Tenia riferire questa forma larvale, proporrei chiamarla CysLicercus megabothrius.

Divido l'opinione del Dott. R. Monniez (1) di non confondere questi cisticerchi con il gruppo dei Plestocystis, che debbono avere, secondo la descrizione del Diesing, (2) una vescica caudale oblunga, depressa con rughe trasversali.

I cisticerchi quindi rinvenuti dal L insto w (3) nella cavità perito- neale di una Lacerta agilis, perchè mancano di vescica caudale, non possono riferirsi al Cisticercus dithyridiitm che è del gruppo dei Piestocystis. Per la grandezza e robustezza delle ventose io non esito ■i identificarli col C. megabothrius.

II Prof. P. Marchi f4) trovò anche cisticerchi nel peritoneo d'un

(1) R. Monniez. Essai monographique des Cysticerqiies. Paris. 1880. pag, 81.

(2) Systema Helmintum, Windobonae, 18.50-51.

(3) Linstoio. Neue Beobachtiingen an Helmintben. Arcb. f. Naturg. 1878. Jahrg 44, pag. 223. Tav. VII, fig. 5.

(4) P. Marchi. Atti della Società italiana di Scienze natnrali, voi. XV. fase. 4:"

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Ascalahotes; ma questi avevano un rostrello globoso con circa 70 uncini disposti in quattro serie.

Il Prof. 11. Leuckart(l) rinvenne cisticerchi nella cavità peri- toneale d'una Lacerla crocea; ma questi, per la grandezza delle ven- tose e l'esiguità degli uncini, facevansi riconoscere propri della Tae- nia litterata della volpe.

Linsto w crede che il Gisticerco della Lacerla agilis divenga la Taenia inermis nell'intestino del topo campagnolo; ma siccome Mon- niez d'altra parte osserva, che i piccoli Sauri sono divorati dai Fal- conidi e che in questi Vertebrati il Cysticercus clithyridiuin divie- ne la Taenia peì'laia, son d' opinione che anche il Cisticerco del- VAscalabotes raggiunga il suo completo sviluppo nei Rapaci.

Il solo esperimento potrà risolvere la questione e mi propongo farlo quando l'occasione mi si presenti favorevole.

Cisticerchi àeWElaphis quadrilineatus. La t rei 11 e.

Il Dott. Pietro De Vescovi dissecando, in questo Laboratorio di Anatomia comparata, un Elaphis quadrilineatus trovò nel suo peritoneo molti cisticerchi.

Misuravano alcuni mm. 4 di lunghezza mm. 3 di larghezza , al- tri ram. 2 di lunghezza e mm. 3 di larghezza.

Nella parte anteriore l'invaginazione appariva evidente e molti cisticerchi presentavano anche rughe trasversali; la parte posteriore in alcuni era appuntata, in altri globosa e tesa per liquido accumu- lato nel suo interno. La parte anteriore del cisticerco aveva un co- lor bianco sporco, la posteriore era trasparente.

Le ventose erano piccole e misuravano in lunghezza mm. 0,12 e mm. 0,06 in larghezza. I corpuscoli calcarei erano numerosissimi e presentavano le medesime dimensioni di quelli àéWAscalabotes.

Non credo diserrare identificando questi cisticerchi con quelli rin- venuti dal Valenciennes (2) nella Lacerla viridis e col Piestocystis dithijridiwn descritto dal Diesi ng, (3) nella Coronella austriaca.

Avendo piiii innanzi stabilito che il cisticerco dell' Ascalabotes

(1) R. Leuckart. Bericht ueber die wissenschafftlichen Leistun- gen. Archi V. fur Naturg. Voi. 2. pag. 437.

(2) Valeìiciennes. Observation d'une espéce de Ver de la cavitò abdominale d' un Lézard vert. Annal. Scienc. uatur. Sèrie 3. toni. II. pag. 248.

(3) Viesing. 1. e. pag. 495.

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non appartiene al gruppo dei Piestocijsiis ed avendo proposto pel medesimo il nome specifico di megabothrius , potrà ritenersi, come fa il Monniez, per il cisticerco deWElaphis, Coronella e Lacerta viridis il nome specifico di Cijsticercus dithyridium.

Esaminando con il metodo delle sezioni consecutive, tanto longi- tudinali quanto trasversali, i suddetti cisticerchi , ho potuto fare al- cune osservazioni intorno allo sviluppo delle ventose, che credo utili qui riportare.

Leuckart (1) crede che le ventose si originino per quattro di- verticoli della cavità d' invaginazione , i quali diverticoli rimarreb- bero per qualche tempo in comunicazione con questa.

Monniez (2) opina che le ventose si formano da altrettanti tu- bercoli solidi arrotondati posti ai lati del mammellone cefalico eleva- tosi dal fondo della cavità d'invaginazione.

Seguendo la serie delle sezioni trasversali , dall' esterno verso l'interno, si vede chiaramente che dalla cavità centrale d' invagina- zione si dipartono quattro diverticoli, i quali vanno a terminarsi cia- scuno nella cavità della ventosa corrispondente. In un piano inferio- re, corrispondente alla base dell'invaginazione, le ventose rimangono libere e la cavità centrale d'invaginazione si riduce ad una semplice fenditura.

Le sezioni longitudinali dimostrano con la più grande evidenza il medesimo fatto.

Avendo avuto occasione di trovare il Cijsticercus elongalus Leuckart nel peritoneo d'un coniglio ed avendone fatto sezioni tra- sverso e longitudinali , ho potuto riscontrare le medesime partico- larità.

In uno studio, che fra breve pubblicherò, sullo stesso argomento spero poter entrare in maggiori dettagli.

L'opinione di Leuckart, dietro i fatti esposti, mi sembra piena- mente giustificata.

Le pareti dell' invaginazione dei due descritti cisticerchi presen- tano una struttura più elevata e complessa delle pareti della vesci- cola ; comparandola con la struttura dei tegumenti dei Cestodi arri- vali a completo sviluppo se ne scorge la grande rassomiglianza; questo fatto si spiega facilmente ammettendo che le pareti dell'invaginazione

(1) R. Leuckart. Die Blasenbandwiirmer und hire Entwickelung. Giessen 1856.

(2) Monniez. 1. e, pag. 36.

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vadano a formar parte dei tegumenti della testa e del collo della gio- vane Tenia.

I due descritti cisticerclii rappresentano forme larvali di due di- stinte specie di Tenie che raggiungono probabilmente il loro com- pleto sviluppo nell'intestino degli uccelli rapaci.

Roma, Istituto di Anatoviia comparata, Maggio 1887.

La vera origine del nervo olfattivo nei Cefalopo- tli. Comunicazione del socio ordinario G. Jatta.

(Tornata del d'i 22 Giugno 1887.)

Per completare quanto ho detto in una precedente comunicazione a proposito del ganglio olfattivo dei Cefalopodi (1) espongo brevemente i risultati delle mie ricerche sulla origine del nervo olfattivo. La sot- tigliezza di questo nervo ed il suo cammino attraverso tessuti di va- ria consistenza e specialmente attraverso la cartilagine rendono ma- lagevole seguirlo fino all' origine. Per superare queste difficoltà, ho trovato molto utile dissezionare 1' animale, su cui voleva eseguire la ricerca, immerso in una soluzione molto diluita di bicromato di po- tassa, la quale rende il nervo più resistente e lo colora leggermente.

Seguendo il percorso del nervo olfattivo fino alla sua origine si trova questa nel tubercolo chia.ma.lo- ganglio olfattivo dagli autori 0 propriamente alla base della parte ganglionare di esso. Coloro che Iianno osservato questo fatto hanno conchiuso, che il nervo olfattivo' si orig:na dal- ganglio suddetto. Ma questa non è che la origine ap- parente del nervo , infatti le osservazioni eseguite sopra numirose sezioni del sistema nervoso di varii Cefalopodi, {S^pia, Loligj, Ele- done, Octopus) mi hanno posto in grado di dimostrare che le fibre costituenti il nervo olfattivo provengono dai gangli sopraesofagei.

Per ottenere sezioni, nelle quali avessi potuto seguire il cammino delle fibre del nervo olfattivo, mi son servito come liquido conserva- tore dell'acido picrico al BjlOO e come colorante del picrocarmiuio; ho avuto anche la cura di tagliare il nervo olfattivo ad una certa di-

(1) Boll. d. 8oc. di Naturalisti in Napoli, Ser. I. Voi. I. Anno I. Fase. I. p. au.

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stanza dalla sua origine apparente per avere un punto sicuro di par. tenza nella osservazione.

Nelle sezioni ho potuto constatare, che le fibre del nervo olfat- tivo si distaccano da quelle del peduncolo ottico , il quale è formato da fibre provenienti da tre gangli sopraesofagei , cioè dal ganglio frontale superiore, dal basale posteìHore e dal basale anteriore (nomenclatura di Dietl)

Propriamente sono alcune delle fibre provenienti dal ganglio frontale sujìeriore le quali si staccano dalle altre in vicinanza del cosi detto ganglio olfattivo e dopo averlo attraversato eccentricamente formano il nervo olfattivo. Nessuna fibra di questo nervo ho visto originarsi dal ganglio chiamato olfattivo dagli autori.

Queste osservazioni mi autorizzano a conchiudere che il nervo olfattivo dei Gefalopodi si origina dal ganglio sopraeso- fageo, chiamato da Dietl ganglio frontale superiore.

Xapoll, Stazione Zoologica, Aprile 1881.

Intorno alla rigenerazione del testicolo. Parie I. Con una tavola Gomimicazione del socio ordinario re- sidente Francesco Sanfelice.

(Tornata del di 2G Marzo 1887.)

Ho cominciato a studiare la rigenerazione del testicolo nelle ca- vie , animali che si prestano molto e perchè hanno i testicoli molto sviluppati e perchè resistono bene alle operazioni In seguito ho operato anche conigli, ricci, uccelli, rettili ed anfibi.

In questa prima parte del lavoro esporrò solamente i risultati avuti nelle prime otto cavie operate, riservandomi di esporre le os- servazioni fatte nelle altre cavie e negli altri animali nella seconda parte.

Ho operato nel seguente modo : dopo aver lavato con soluzione di sublimato la cute, tengo stretto con due dita della mano sinistra il testicolo. Incido a man sospesa fino all'albuginea e fo una inci- sione su di questa. La sostanza del testicolo fa ernia ed io taglio con le forbici tutta la porzione uscita fuori. Fo la sutura della cute al catgut. Dopo pochi giorni si ha la guarigione per prima intenzione. Operando con questo metodo si hanno i seguenti vantaggi: 1." Si evita che il testicolo esca fuori dalla ferita e vada soggetto a maltratta-

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mento. 2°. Si può togliere quanta sostanza testicolare si vuole senza asportare l'albuginea.

Ad alcune cavie (3) ho operato un solo testicolo, alle altre amen- due i testicoli. Le porzioni di testicolo asportate sono state conser- vate ed esaminate per osservare lo stadio di sviluppo in cui si tro- vava l'organo nel momento della operazione.

Metodo di ricerca

Nella dissezione del testicolo operato ho avuto la cura di lasciare in sito la cute, quando questa era aderente, per non perdere i rap- porti, poi r ho diviso in due parti, una anteriore, aderente alla cute 0 libera, dove era capitata l' asportazione, ed un altra posteriore. La perdita di sostanza cadendo sempre nella porzione opposta al sito ove si trova l'epididimo, in tutti i testicoli operati ho potuto togliere que- sto prima di dividere in due metà il testicolo.

Come liquidi fissatori ho usato sublimato corrosivo ed alcool as- soluto. Uso il sublimato corrosivo nel modo seguente: immergo i pezzi in una soluzione satura a freddo, diluita con ugual volume di acqua distillata e ve li tengo per dieci a quindici minuti avendo cura di agitare, affinchè i pezzi vengano sempre in contatto di nuovo liquido (circa 200 grammi). Dal sublimato li passo in alcool a 70 e ve li tengo fino allo indomani per essere sicuro della penetrazione del sublimato nello interno. Allo indomani aggiungo tintura di iodo per togliere lo eccesso di sublimato ed in questo trattamento cambio spessa r alcool per impedire che si saturi di biioduro di mercurio.

Più comoda è la fissazione con alcool assoluto, che basta porvi i pezzi e lasciarveli per sei, sette giorni, mutandolo un tre, quattro volte. Fissa bene le figure cariocinetiche, ma raggrinza il corpo cel- lulare. Non ho usato il liquido di Flemming per la grande difficoltà con cui questo penetra nello interno dei pezzi, sieno anche pico.oli.

Come liquidi coloranti la ematossilina secondo il metodo di Benda mi ha dato qualche volta buon risultato. Trascrivo questo metodo perchè non lo trovo descritto nei trattati di microscopia. I tagli si met- tono per 24 ore in una soluzione forte di acetato di rame. Si sciac- quano più volte e si passano in una soluzione acquosa di ematos- silina ad 1 %, finché acquistano una intensa colorazione nera, ciò, che accade in cinque minuti. Si sciacquano in acido cloridrico (i: 300), dove acquistano una colorazione gialla. Poi si portano nella soluziona di rame un altra volta e dopo averli trattati con alcool ed essenza, si montano in balsamo. Ho usato anche la ematossilina secondo il me- todo di Heidenhain, ma con risultatimene soddisfacenti. Ho tenuta

i pezzi fissati in alcool assoluto per 21: ore in una soluzione acquosa di ematossilina (V^^ o '"), poi per altrettanto tempo in un una soluzione cromato giallo di potassa ("2 "/"). I nuclei cariocinetici si vedono ab- bastanza bene. Il solo inconveniente è che i pezzi si colorano troppo omogeneamente e non si distingue bene la sostanza cromatica dalla acromatica.

Migliori preparati ho ottenuto colorando in massa i pezzi, fissati con la soluzione di sublimato, nella ematissilina di Bohmer. Secondo la grandezza del pezzo, ve lo tengo immerso dal 12 a 24 ore, poi lo metto in alcool acidificato con acido acetico per altrettanto tempo, poi in alcool assoluto.

Questo metodo non va coi pozzi fissati con alcool assoluto, per- chè si riduce troppo la ematossilina ed anche con trattamento suc- cessivo con alcool acidificato, i nuclei sono troppo intensamente co- lorati e non lasciano vedere nettamente le figure coriocinetiche. Al contrario i pezzi fissati con sublimato e trattati poi con tintura di iodo, essendo impregnati di biioduro di mercurio, non riducono molto la ematossilina e prendono una bella tinta violetta. Volendo colorire in massa con ematossilina i pezzi fissati con alcool assoluto bisogna usare una ematossilina di Bohmer da pochissimo tempo preparata 0 sostitui- re allo allume di questa formola sostanze, che non la riducono com- pletamento, come il salicilato di soda.

Come liquidi coloranti ho usato anche diverse soluzioni di car- minio per vedere fino a qual punto colorivano i nuclei in fasi cario- cinetiche. Risultati poco soddisfacenti ho avuto dal litio-carminio di Orth, dallo allume-carminio di Grenacher. Una colorazione molto più netta l'ho avuta dalla seguente soluzione di carminio: salicitato di soda grammi 6— acqua distillata grammi 100— carminio 40 gram- mo 1 a 2. Il carminio, se di buona qualità, si scioglie bene a caldo nella soluzione di salicilato di soda e nei pezzi colorati in massa fa vedere bene le fasi cariocinetiche, specialmente quelle delle cellule germinali. Le masse cromatiche si colorano intensamente e si mo- strano di un rosso vivo , splendente, mentre la sostanza acromatica appare sbiadita.

Come liquido fissatore e colorante ho usato anche 1' allume di cromo. Il Martinotti ha introdotto per il primo nella tecnica micro- scopica l'allume di cromo e se ne è servito nel modo seguente : ha preparato prima il carminio come si fa nelle industrie, cioè facendo bollire 10 p. di cocciniglia in 500 p. di acqua, poi vi ha aggiunto 1 p. di allume di cromo, ha filtrato a caldo ed ha lasciato riposare. Ha ottenuto un carminio cromato, che lavato accuratamente ed essiccato a temperatura non superiore ai 30% si scioglie benissimo nell' am-

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moniaca e possiede tutte le proprietà del carminio ordinario, salvo il colore, che è viola cupo. Non ha fatto molti tentativi e tranne la differenza di colore, che in qualche caso forse può tornare utile, non ha trovato nessuna particolarità degna di nota. Ha pure sostituito l'al- lume di potassio l'allume di cromo nelle formole date dallo Czokor e dal Grenacher per preparare la cocciniglia alluminata ed il car- minio alluminato, ed ha ottenuto due liquidi, che chiama cocciniglia e carminio allumino-cromati. Coloriscono i nuclei in violaceo.

Io ho sciolto 8 grammi di allume di cromo in 100 grammi di acqua distillata ed in questo liquido ho messo piccoli pezzi di testi- colo. Ve li ho tenuti per 10 giorni avendo avuto la cura di mutare il liquido ogni tre giorni. Poi li ho messi in acqua distillata acidula ta con acido cloridrico all' 1 %• Dopo 24 ore li ho passati in alcool a 70 e poi in alcool assoluto.

I pezzi prendono un colorito violetto oscuro. Alla osservazione microscopica i nuclei si mostrano coloriti in violetto chiaro e mo- strano molto ben conservate le fasi cariocinetiche. Incoraggiato da questi buoni risultati ho voluto tentare di sciogliere il carminio nella soluzione di allume di cromo e servirmi di questo liquido come fis- satore e colorante. In 100 grammi di acqua distillata ho sciolto 6 gr, di allume di cromo; poi vi ho aggiunto 1 gr. di carminio N". 40 ed ho riscaldato per 10 a 15 minuti. Dopo raffreddamento ho filtrato. Ho usato questa soluzione come la precedente. I soli nuclei prendono l'allume di cromo, la sostanza protoplasmatica del corpo cellulare prende una tinta rossa. Sembra una colorazione doppia col carminio e la ematossilina.

Quanto al modo come ho fatto i tagli, dopo aver diviso il testi- colo operato in due parti, ur.a anteriore aderente alla cute, e l' altra posteriore libera, l'anteriore, più interessante, dop;) bene fissata ed indurita, 1' ho divisa in due parti con taglio perpendicolare alla cute e poi ho fatto tagli in serie dal mezzo verso gli estremi in modo da comprendere nella sezione la cute con il parenchima sottostante. Del- l'altra metà di testicolo anche ho fatto tagli in serie nello stesso or- dine cioè dividendola prima in due parti e poi tagliando dal mezzo verso gli estremi. Quando la metà della parte anteriore era troppo grande per poterla colorire in massa, l'ho divisa in 3 a 4 pezzi, la- sciando questi uniti tra di loro per un poco di tessuto, per non per- dere i rapporti di continuità.

Le sezioni sono state attaccate sul vetrino parta-oggetti con col- lodion o con albumina secondo il metodo Mayer.

Oltre dei preparati a tagli ho fatto anche dissociazione di alcuni canalini in vicinanza della cicatrice e di alcuni lontani da questa col

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metodo esposto nel lavoro sulla cariocinesi delle cellule germinali del testicolo.

Osservazioni

Canalino spermatico. Nel canalino spermatico bisogna distinguere la parete ed il contenuto K olii ker descrive nei canalini seminali una membrana fibrillare con nuclei , con la denominazione di mem- brana propria.

Boll intorno alla struttura della membrana propria delle glandolo scrive: Kolliker, Heidenhain ed io abbiamo studiata la membrani propria descritta come senza struttura dagli istologi ed abbiamo trovata una membrana composta di cellule stellate, anastomizzate tra di loro. In un altro lavoro sullo sviluppo del connettivo dice clie la membrana propria si compone di cellule piatte con poco protoplasma e che è da considerare come una membrana elastica , in cui i contorni delle cellule sono quasi del tutto scomparsi.

St. George la Vallette ritiene che la membrana propria sia tunica endoteliale, in quanto che nei preparati a dissociazione trattati con nitrato di argento ha osservato i limiti delle cellule endoteliali (ISTI). Allo estorno di questa ammette una avventizia.

Ebner la descrive come composta di uno strato semplice di cel- lule poligonali.

Mihalkovics la considera come costituita di singoli strati mem- branosi e ciascuna membrana ha carattere endoteliale.

Anche Debove, dopo aver tolto l'epitelio, ha fatto trattamento con nitrato di argento ed ha veduto i limiti delle cellule endoteliali.

Quanto all'epitelio del canalino spermatico tutti gli osservatore ammettono due specie di cellule, di cui le une sono più grandi e si mostrano aderenti alla superfìcie interna della tunica propria, e le al- tre sono pii^i piccole e riempiono il lume del canalino. Le prime hanno ricevuto diversi nomi dagli autori. Così Ebner al loro insieme il nome di rete germinale, Afa nasi e w il nome di tunica propria retico- lata. Rivolta il home di cellule madri, Serto li le chiama cellule fisse, Biondi cellule stipiti , Merkel cellule di sostegno , Letzerich, Ebner, Rivolta e Neumann le ritengono come la parte più im- portante del canalino seminale, in quanto che costituirebbero la ma- trice degli spermatoblasti. Me.rkel, Afanasiew ed altri al contrario le ritengono come cellule connettivali, facienti parte della tunica pro- {Tia, Boll poi le considera analoghe alle cellule, che si trovano nelle tuniche proprie degli acini glandolare

Cavia tenuta in esperimento 15 giorni. Se s' isola, con la lento

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grande dell'apparecchio a dissociazione Mayer, in alcool assoluto un canalino spermatico normale di cavia da un pezzetto di testicolo co- lorato prima in massa, si passa successivamente in creosoto e ben- zina, si dissocia in una goccia di balsamo posta sul vetrino portaog- getti in modo da aprirlo e si osserva con la lente G Ze.iss dalla part3 interna, apparisce cosi, come 1' ho disegnato nella fig. 7. In qualche punto , ove non è rimasta che la sola tunica propria , questa si ri- conosce dai suoi nuclei pallidi con piccoli granuli di sostanza croma- tica e dalle pieghe, che rinfrangono la luce. Non ho fatto il tratta- mento a nitrato di argento, perchè già fatto da altri con risultato po- sitivo. Questa osservazione non conferma